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Bari. «La capitale della cultura? Una bufala»
Francesco Mazzotta
Corriere del Mezzogiorno - Puglia 15/2/2020

Sgarbi scoraggia le ambizioni di Bari: «Kermesse inutile in una città così importante»
Mazzotta

Domani (ore 21) a Bari salirà sul palco del Teatro Palazzo dopo la tappa di San Severo. E Vittorio Sgarbi, questa volta, parlerà di un grande del Rinascimento, Raffaello Sanzio, il pittore e architetto urbinate (del quale ricorrono i cinquecento anni dalla morte). Ma non si lascia sfuggire una considerazione sulla corsa per Capitale italiana della Cultura per il 2021: «Sconsiglio le città pugliesi dal partecipare a questa inutile gara al massacro».

Re della polemica e vulcanico opinionista. Ma soprattutto critico d’arte colto ed enciclopedico, capace col suo eloquio di catturare narrando di Giotto o De Chirico. Tra libri, mostre, impegni politici e innumerevoli apparizioni televisive, l’instancabile Vittorio Sgarbi è tornato in teatro proprio per parlare d’arte e dei grandi maestri italiani. Tutto era iniziato con Caravaggio. Poi gli spettacoli-conferenza su Leonardo e Michelangelo. Adesso è il turno di un altro grande del Rinascimento, Raffaello Sanzio, il pittore e architetto urbinate (del quale ricorrono i cinquecento anni dalla morte) al centro dello spettacolo in programma domani (ore 21) al Teatro Palazzo di Bari dopo la tappa di ieri a San Severo.

Raffaello è un lungo viaggio di oltre due ore nel quale Sgarbi mescola racconto, suoni e immagini. «Parliamo di un artista dalla vita poco avventurosa, a differenza, per esempio di Caravaggio, per cui - racconta Sgarbi - lo affronto esclusivamente attraverso le opere, ma sempre con un linguaggio semplice e divulgativo».

Divulgativo perché gli italiani sanno molto poco del patrimonio artistico del loro Paese?

«Ce l’hanno lì davanti agli occhi, lo guardano anche, ma poi si trovano davanti una tale quantità di filtri…Ecco perché è necessario un linguaggio divulgativo. Nel nostro Paese il mondo dell’arte è afflitto da una comunicazione evasiva».

La Puglia, con il suo straordinario patrimonio, vanta diverse città candidate a Capitale italiana della Cultura per il 2021.

«È una delle regioni che ha più da dire sotto il profilo artistico e culturale. Ma sconsiglio le città pugliesi dal partecipare a questa inutile gara al massacro».

Perché?

«Questa competizione è una bufala, una fiera della vanità e della stupidità. Un’invenzione patetica di Franceschini come premio di consolazione alle altre città italiane quando Matera vinse come Capitale Europea della Cultura».

Le candidate si impegnano ad elaborare dei progetti.

«Ma non ha senso che debba fare testimonianza il progetto. Spesso contiene promesse che non vengono realizzate. E, inoltre, avrebbe senso se partecipassero solo città sotto i trentamila abitanti, perché in questo caso si avrebbe un’evidenza degli interventi».

C’è in palio un milione di euro.

«Appunto. Potrà essere utile a un piccolo centro, non ad una città come Bari. Mi sembra l’albero della cuccagna. Pensata così, è una competizione folle, ridicola».

Però, a Parma, Capitale italiana nel 2020, l’esperienza sta funzionando.

«Effettivamente Parma è partita benissimo. Oggi sembra più lei Capitale Europea della Cultura che non Matera l’anno scorso».

Cosa non ha funzionato a Matera?

«Ha funzionato benissimo la campagna di comunicazione partita nel 2014. Ma poi la città ha dimostrato di non essere all’altezza dell’impresa durante il 2019. L’unica mostra interessante, il Rinascimento visto da Sud, ha fatto poco più di ventimila visitatori. È evidente che una Capitale Europea della Cultura dovrebbe fare come Parigi. Occorreva ci fossero le più grandi rappresentazioni musicali, teatrali ed espositive. E, invece, non ci sono state».

Andrà a vedere al Teatro Margherita la mostra dedicata a Chiara Fumai?

«Assolutamente sì. La vidi a Ferrara tanti anni fa. Conosco bene i suoi lavori, e anche sua madre. È stata un’artista di un certo valore che con la sua scomparsa naturalmente è entrata nella leggenda. Ma su di lei si erano già accesi riflettori importanti, come quelli della Biennale di Venezia».



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