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«Rovine contemporanee nella Galleria Sabauda»
Maurizio Francesconi - Alessandro Martini
Corriere della Sera - Torino 16/2/2020

Giovedì la Sala degli Stucchi accoglierà la grande opera di Botto&Bruno pensata come «una scatola cinese»

The ballad of forgotten places è il titolo dell’opera della coppia di artisti torinesi Botto&Bruno che entra a far parte delle collezioni dei Musei Reali, da giovedì allestita al primo piano della Galleria Sabauda nella Sala degli Stucchi. Il progetto è stato promosso dalla Fondazione Merz ed è il vincitore della terza edizione del concorso Italian Council voluto dalla Direzione generale creatività contemporanea e rigenerazione urbana del ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo. Come spesso accade nelle opere della coppia formata da Gianfranco Botto e Roberta Bruno, il tema è quello della memoria e delle tracce del tempo di cui le periferie urbane si fanno scenario, e si ispira alle parole dell’antropologo francese Marc Augé, secondo cui «il nostro tempo non produce più rovine perché non ne ha il tempo». Ecco dunque il duo torinese lavorare sulla memoria, che sola può accorrere in aiuto in un momento storico nel quale tutto appare transitorio e, in quanto tale, instabile e presto dimenticato. L’installazione, di grandi dimensioni, è immaginata come una rovina dei tempi contemporanei, le cui pareti esterne sono i resti di un’architettura modernista. Al suo interno si apre l’immagine di un paesaggio suburbano, con i resti di architetture di un recente passato nel quale convivono porzioni di strutture industriali, erbe infestanti e un inquietante cielo grigio. L’installazione è dunque un ambiente domestico (con tanto di porta d’ingresso) al cui interno domina un mondo che, teoricamente, dovrebbe trovarsi all’esterno. È un luogo dimenticato e disabitato al centro del quale è collocato un libro d’artista che raccoglie una serie di immagini scattate dagli artisti in vent’anni di attività. La collocazione nella Galleria Sabauda è la tappa finale che precedentemente ha portato l’installazione al National Museum of Contemporary Art di Atene, al Carpintarias de São Lázaro di Lisbona e al 109-Pôle des Cultures Contemporaines di Nizza.

Come definireste l’opera?

«Esternamente è modernista e all’interno è industriale. L’immagine interna è quella di luoghi che sono cambiati nel corso del tempo o che non esistono più, ormai scomparsi. A un’attenta osservazione si nota una patina e un’ossidazione che raccontano lo scorrere del tempo».

E il libro?

«Raccoglie trecento immagini di luoghi dimenticati, fotografie scattate in vent’anni di attività e che abbiamo trattato pittoricamente, una per una, manualmente e senza l’uso del computer. Questo lavoro è come una scatola cinese: la Galleria Sabauda è la prima scatola che contiene la rovina che, a sua volta, custodisce il libro da sfogliare. È come se il museo custodisse l’opera in un abbraccio affettuoso. Sfogliando il libro si scopre il racconto di un percorso di cambiamento, da una foto all’altra. Se all’inizio i luoghi ritratti sembrano quelli di un paesaggio presente, poi si modificano: cambiano i colori, cambia il paesaggio perché cambiano le architetture, sempre più “malate”. C’è un senso di protezione in queste “scatole cinesi”».

Qual è il rapporto tra il contenitore, la Galleria Sabauda, e il contenuto?

«È un luogo che abbiamo sentito come nostro e ci è piaciuta l’idea che nella Sala degli Stucchi potessero convivere il neobarocco del luogo con la nostra opera, con la sua estetica completamente diversa».

Il vostro lavoro riguarda spesso le periferie, di grande attualità anche nel dibattito politico. Da abitanti di una Torino periferica, che cosa ne pensate?

«Molti politici dovrebbero venirci ad abitare per capirle veramente, per capirne le difficoltà e la storia. Nelle periferie se si toglie un albero non lo si ripianta più e se si toglie una panchina non se ne mette una nuova. Forse bisognerebbe partire da queste piccole cose. Molte periferie sono cambiate enormemente e hanno perduto la loro personalità fatta anche di industrie ormai abbandonate, ma che sono la storia di quel luogo e che uniscono le generazioni. Un tempo il nonno raccontava al nipote che in quella fabbrica ci aveva lavorato, ma se sostituisci le ex fabbriche con supermercati e centri commerciali che cosa rimane della memoria del luogo e della sua identità?».



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