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Firenze. Sara, Elena e la collezione. Ritrovata
Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino 22/2/2020

I quadri della nonna morta ad Auschwitz donati al Comune erano finiti in un magazzino

Il giorno che Sara ed Elena si sentirono dire «mi dispiace: venuto meno il museo, viene meno anche l’obbligo di esporre le opere», ci sono rimaste di sasso. «Ma come?» si sono ripetute per una decina di anni la madre, Sara Levi, e la figlia Elena Fabbrucci. «Che fine hanno fatto i nostri disegni? Cosa ne è della memoria di nonna Lucia, deportata ad Auschwitz e mai tornata? Dove si trova la collezione che la nostra famiglia donò al Comune?». Era tutto scomparso. Nascosto in un magazzino a Palazzo Vecchio. Da simbolo di «memoria» a oggetto dimenticato. Fino a oggi.

Sara ed Elena non si sono mai stancate di chiedere e cercare notizie di quei disegni del macchiaiolo Nino Della Gatta. E si trovavano di fronte alla casa di Lucia in via Bovio 7, lo scorso 24 gennaio, quando la vicesindaco Cristina Giachi celebrava la posa della pietra d’inciampo in ricordo della donna assassinata a Auschwitz il 30 giugno 1944 all’età di 65 anni. Con loro anche la cugina di Sara, Anna Paola Favilli. Mentre l’altra cugina, Grazia Levi, che vive in Friuli e che nel 2015 donò alla Sinagoga di Firenze il ritratto di Lucia realizzato da Gino Rossi, attendeva notizie. Anna Paola ha raccontato in via Bovio la storia di nonna Lucia: figlia di pittore, moglie di appassionato collezionista d’arte, Alberto. E ha raccontato di come i suoi figli, a dieci anni dalla «scomparsa», decisero di donare al Museo Storico Topografico delle Oblate i 34 disegni di Della Gatta più il dipinto raffigurante la stessa Lucia. Anna Paola raccontò come la drammatica fine della nonna avesse trovato una sorta di contraltare «in un simbolo di rinascita dell’Italia dai passati disastri» incarnato dalla targa che nel ‘54 Piero Calamandrei volle realizzare per il museo «Firenze com’era». Il museo è stato smantellato e tutto il materiale disperso in vari magazzini.

La targa d’ottone ricorda «dopo 10 anni la sorte della madre strappata, sessantacinquenne, ai suoi cari, deportata e scomparsa nei campi di sterminio per scontare con milioni di creature innocenti due colpe che i selvaggi non perdonano: civiltà e pietà». E fu scritta in occasione della cerimonia che si svolse il 30 dicembre 1954 a Palazzo Vecchio, quando l’assessore alle Belle arti Piero Bargellini, insieme all’assessore Paris Sacchi, accolsero il lascito artistico. Lascito che, come ricorda oggi Sara, fu vincolato all’obbligo di vedere esposta permanentemente la collezione al museo «Firenze com’era».

Sono quasi dieci anni che Sara ed Elena smuovono mari e monti per poter far tornare «alla vista del pubblico» la collezione. Con l’aiuto del Corriere Fiorentino oggi ci sono riuscite: i disegni, tutti realizzati nel 1885, erano stati stipati al mezzanino di Palazzo Vecchio, incorniciati a gruppi di quattro o più.

Mostrano squarci di una Firenze rimasta solo nella memoria dei più anziani, con i nomi delle strade che oggi in molti casi non si riconoscono nemmeno più: come il «chiassolo» del Buco o piazza della Luna che non esiste dall’inizio del secolo. E poi via dei Naccaioli, oggi via Brunelleschi. O ancora via dei Giudei dove si trovava l’antica sinagoga, ora via dei Ramaglianti. E via dell’Arcivescovado con il tabernacolo di Della Robbia. Nel deposito c’è anche la targa di Calamandrei.



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