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Di Donatello quel Cristo di periferia
Chiara Dino
Corriere Fiorentino 4/3/2020

Un tesoro a Legnaia: attribuito al maestro il Crocifisso della Compagnia di Sant’Agostino

La notizia farà sicuramente discutere: dopo il restauro è stato attribuito a Donatello il Crocifisso ligneo della Compagnia di Sant’Agostino annessa alla chiesa di Sant’Angelo a Legnaia. È già tornato al sua posto, nell’oratorio, e dopo la presentazione di venerdì sarà protetto da impianti antifurto. Attribuito nei secoli a vari artisti pare che sia arrivato qui direttamente dalla bottega di Donatello dopo la morte dell’artista, nel 1466.

Hai il volto affilato e gli occhi semichiusi. Dalla bocca, anche quella dischiusa, sembra esalare l’ultimo respiro. A Legnaia, dentro l’oratorio della Chiesa vecchia di Sant’Angelo, c’è un Crocifisso ligneo che venerdì sarà benedetto dall’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori alle 18,30, dopo un lungo intervento di restauro partito nel 2011, e svelato poche ore prima da chi lo ha avuto in cura per tutti questi anni. Non si tratterà di uno svelamento qualsiasi: l’opera, che è alta circa 90 centimetri, è appena stata attribuita a Donatello come spiegheranno il soprintendente Andrea Pessina, Monsignor Timothy Verdon, direttore dell’Ufficio Diocesano di Arte Sacra della diocesi di Firenze, Gianluca Amato, storico dell’arte, Silvia Bensi, restauratrice e Don Giancarlo Lanforti, parroco di Sant’Angelo a Legnaia.

Era questo Cristo un’opera processionale cui la Compagnia di Sant’Agostino — arrivata qui a fine del 1300 dalla sua sede di via Maffia a seguito di una scissione dei confratelli — era molto devota. Oggi è tenuto sotto stretta sorveglianza — e anche dopo la sua presentazione sarà protetto da impianti antifurto. E forse il prolungamento dei tempi di trasferimento dal laboratorio di restauro all’oratorio della Chiesa sono dipesi dall’esigenza di tenerlo in sicurezza. Dice la gente del quartiere: «La Soprintendenza non voleva ricollocarlo al suo posto prima che fosse attivo un sistema di allarme capace di proteggerlo. Ora a volte si vedono anche delle guardie notturne». La scoperta è di quelle che faranno parlare. Perché questo Cristo, attribuito nei secoli a vari artisti — all’Orcagna per via di una certa somiglianza con quello di San Carlo a Firenze, ma anche a maestri più tardi della prima metà del Cinquecento — sembra sia arrivato all’oratorio della Compagnia di Sant’Agostino annesso alla chiesa di Sant’Angelo a Legnaia direttamente dalla bottega di Donatello dopo la morte dell’artista nel 1466. Pare infatti che l’autore di quell’altro celeberrimo Cristo — quello che si trova in Santa Croce e con cui gareggiò il Brunelleschi realizzando il suo splendido Crocifisso della Cappella Gondi in Santa Maria Novella — lo custodisse tra le opere che teneva per sé perché fungesse da modello per lui e per i suoi allievi. Qui a Legnaia pare ci sia arrivato — appunto dopo la morte dello scultore — perché donato alla Compagnia di Sant’Agostino da una delle famiglie nobili che vivevano in zona: gli Strozzi o i Capponi. La storia è in parte ancora da ricostruire: c’è molto materiale d’archivio nella Chiesa vecchia di Sant’Angelo — quella nuova lì accanto è stata costruita nel 1983 perché l’originale, che risale circa all’XI secolo ma che ha un campanile ottocentesco, non era più sufficiente a contenere tutti i fedeli — ed è un materiale ancora da studiare e da interpretare. E però sull’attribuzione storici dell’arte e restauratori non hanno dubbi. La qualità dell’opera, i suoi colori originali — nei secoli erano stati sovrapposti alla superficie originaria ben cinque strati di altre sostanze coloranti — l’attenzione al dato naturale che dà davvero l’impressione che a quell’uomo sulla croce stia accadendo qualcosa nel preciso istante in cui volgiamo il nostro sguardo verso di lui — hanno portato chi lo ha studiato a ritenere che sia un’opera del maestro a cui Medici chiesero il celeberrimo David per il Palazzo di via Larga.

I primi dubbi li ebbero l’ex soprintendente Anna Bisceglia e l’ex parroco Moreno Bucalossi i quali intuirono entrambi che si era davanti a qualcosa di più prezioso e di più pregnante di un’opera di anonimo. poi sono arrivate le conferme. Un’ultima osservazione: guardandolo sembra la sintesi tra quello di Donatello in Santa Croce (1406-1408), e quello di Brunelleschi in Santa Maria Novella (1410-1415) il quale, racconta Vasari, dopo aver visto quello di Donatello e aver commentato che sembrava fosse stato messo in croce un contadino, aveva realizzato il suo per mostrare di cosa era capace. È sempre Vasari a raccontare che Donatello, visto quello di Brunelleschi «rimase così sbigottito da lasciar cadere in terra le uova che portava in grembo». Chissà che dopo, ripresosi dallo stupore, non ne abbia fatto un altro — proprio questo di Legnaia — che pur rivelando il suo stile si ispirava a quello più etereo e affilato, più spirituale e pensoso di Brunelleschi. Su questo sicuramente ci daranno lumi venerdì tutti gli studiosi che, a vario titolo, illustreranno la loro scoperta.



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