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«Ho incontrato Donatello a Legnaia»
Chiara Dino
Corriere Fiorentino 7/3/2020

Gianluca Amato è lo storico dell’arte che ha scoperto che il Crocifisso ligneo dell’oratorio della parrocchia di Sant’Angelo a Legnaia appartiene a Donatello. E sostiene che l’opera abbia molte similitudini con l’Oloferne del gruppo mediceo della Giuditta. «Confronti stilistici eloquenti».

he fosse un’opera di Donatello Gianluca Amato, lo storico dell’arte che ci ha svelato la paternità del Crocifisso ligneo dell’oratorio della Parrocchia di Sant’Angelo a Legnaia, lo sapeva già dal 2012: anzi, con questa paternità, lui che è allievo di Francesco Caglioti, lo ha consegnato alle cure della restauratrice Silvia Bensi, nel 2013.

Ma è il percorso con cui è arrivato a correggere antiche attribuzioni — si pensava anche che fosse dell’Orcagna — a rendere questo viaggio più affascinante. Lui, studioso già dai tempi del dottorato dei Crocifissi lignei realizzati tra la fine del ‘200 e la prima metà del ‘500, ora non ha dubbi. È convinto che si tratti di un’opera del maestro, anzi di un’opera tarda del maestro: «Perché — ci spiega — alcuni confronti stilistici sono eloquenti. In primo luogo quello con Giuditta e Oloferne di Palazzo Vecchio: il nudo virile di Oloferne si confronta in maniera quasi palmare col nudo di Cristo. Altre analogie ci sarebbero anche tra il panneggio di Giuditta e quello del perizoma di Gesù».

Questo e altro gli ha fatto anche ipotizzare una datazione. Amato pensa infatti che le due opere siano coeve, e che il Crocifisso di Legnaia sia stato realizzato tra il 1461 e il 1466, anno della sua morte. «Donatello — ci spiega ancora — iniziò la Giuditta nel ‘57, ma poi dovette interromperla perché oberato dalla commissioni, cosa che in tarda età gli accadeva spesso. Dopo quattro anni di pausa riprese a lavorarci, era il 1461. Più o meno in quel periodo, un artista arrivato ormai quasi agli ‘80, avrebbe realizzato anche il Cristo». Le similitudini con altre opere non finiscono qui: «Se ne riscontrano anche con un’altra scultura bronzea — prosegue — il San Prosdocimo che fa parte della decorazione dell’altare del Santo a Padova». Ma c’è di più. Se è di Donatello la scultura — la resa plastica è da maestro — lo stesso non può dirsi per la successiva coloritura che, a detta di Amato, deve essere stata fatta da altro artista. Probabilmente l’opera fu insomma dipinta dopo. Erano anni in cui Donatello produceva tantissimo e a volte non riusciva neanche a completare le sue creazioni come si diceva: «Così era successo per il San Giovanni Battista di Siena — conclude Amato — realizzato in tre tronconi, lasciato da lui a Siena senza un braccio e completato dai senesi, e con la statua equestre per Alfonso V a Napoli di cui riuscì a fare solo la testa del cavallo rimasta a Firenze, recuperata da Lorenzo il Magnifico e da questi regalata a Napoli». Il quadro si fa dunque più chiaro anche se, a questa ricostruzione, manca un pezzo di storia. «Non sappiamo di chi è la committenza né dove sia stata l’opera dalla morte di Donatello alla seconda metà del ‘600 quando è arrivata qui». Quello che sappiamo, però, grazie a Silvia Bensi è come sia stata trattata nei secoli: «Le analisi al microscopio condotte da Marco Fioravanti dell’Università di Firenze — spiega lei — hanno rivelato che è fatta in legno di pioppo, un legno scelto benissimo. L’opera, composta in tre pezzi — uno per la testa uno per il corpo e uno per le braccia — non presentava seri danni strutturali se non quelli causati da un probabile crollo del tetto intorno al ‘700 e che hanno interessato le braccia, trovate legate al corpo da chiodi posposti, e la testa». Questa, come ci spiega Amato «era originariamente modellata in gesso, cosa che Donatello soleva fare. E questa parte giustapposta che corrisponde alla calotta, insieme a una parte delle ciocche dei capelli, sono saltate quasi sicuramente a causa di questo trauma». Il restauro, iniziato nel 2013 e concluso un anno e mezzo dopo — nel tempo intercorso da allora si è messo a punto il sistema di allarme per custodire questa e altre opere della chiesa — ha mostrato anche altro: «Dopo l’esame al microscopio — prosegue Bensi — il Crocifisso è stato portato a Careggi per fare delle radiografie: abbiamo scoperto che è cavo — doveva essere un’opera processionale e pesare poco e questa in effetti pesa 3,3 kg — che la calotta, alla sommità della testa è tagliata e poi incollata». Infine le analisi stratigrafiche hanno mostrato che nei secoli l’opera è stata dipinta cinque volte e che ogni strato di colore era giustapposto con l’ausilio di oli o di colle. «Dunque, per riportare il Cristo al colore originale, ho dovuto togliere 10 strati di materia. Le integrazioni sono state pochissime. Però è stato tolto tanto: l’ultimo strato, il più recente, ci aveva consegnato, per fare solo un esempio, un perizoma in blu, quando il colore originario era questo bianco di piombo con decorazioni in rosso cinabro (oggi visbili ndr .). Ma c’è di più, da analisi al microscopio ho scoperto che le decorazioni in rosso erano ricoperte in oro zecchini, oggi invisibili a occhio nudo».



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