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Utet Grandi Opere, il virus scrive la fine
Andrea Giacobino
Corriere della Sera - Torino 28/3/2020

L’epidemia ridimensiona ricavi e vendite porta a porta: chiesto il concordato

Utet Grandi Opere (Go), la gloriosa casa editrice torinese, è costretta a chiedere il concordato preventivo. La richiesta, avanzata l’altro ieri al tribunale del capoluogo piemontese, ha preceduto di poco la decisione di ieri della controllante Cose Belle d’Italia (Cbi), quotata, di sciogliere la società per «l’andamento delle società partecipate e il contesto di mercato avverso, dovuto principalmente all’emergenza sanitaria in corso, che rendono impossibile elaborare un piano in continuità e di rilancio del gruppo». Il proprietario della quotata è Stefano Vegni che è anche consigliere delegato di Utet Go: il controllo sulla casa editrice è esercitato da un anno al 99,54% da Arca il cui 90% è di Cbi e il restante 10% di Marco Castelluzzo, presidente e amministratore delegato dell’editrice mentre soci di minoranza sono, fra gli altri, Gabriele Galateri di Genola, presidente delle Assicurazioni Generali e l’avvocato torinese Marco Weigmann.

La crisi di Utet è nei numeri delle perdite descritte nel ricorso presentato al tribunale: 1,9 milioni di euro di rosso nel 2016 a fronte di ricavi per 13,3 milioni, 1,3 milioni un anno dopo, 1,7 milioni nel 2018 e ben 4 milioni di disavanzo a fine dello scorso anno mentre il fatturato si è via via contratto a poco più di 5 milioni.

Utet, fondata a Torino nel 1791 dai fratelli Pomba in associazione con Giuseppe Ferrero pubblicò nel 1841 la prima enciclopedia italiana. Dal 1854 la bottega familiare si trasformò in un’azienda editoriale tipografica che nel 1861 ha realizzò il primo dizionario della lingua italiana, seguito nel Novecento da numerosi successi editoriali e dalla realizzazione di grandi classici.

Nel ricorso si spiega che la crisi dei ricavi è dovuta al ridimensionamento della rete commerciale perché i venditori sono passati dai 70 del 2017 ai 33 dello scorso anno che «hanno generato un sensibile calo della percentuale di nuovi clienti acquisiti». Poi le banche hanno ridimensionato le linee di credito e infine è arrivato il coronavirus che ha reso impossibile la vendita porta-a-porta. Ecco perché la casa editrice, che a fine dello scorso anno aveva un attivo di circa 4 milioni, chiederà per i suoi dipendenti l’ammissione alla cassa integrazione cosiddetta «Covid-19» prevista dal recente decreto governativo.



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