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Coronavirus, Paolo Baratta: Bene il sostegno alla cultura, ma le misure speciali non siano un modo per nascondere debito pubblico
Paolo Baratta
Corriere della Sera 29/03/2020

Lex ministro e presidente della Biennale di Venezia interviene nel dibattito aperto sul Corriere da Pierluigi Battista: Il Paese dovrà affrontare la situazione con politiche condivise, trasparenza, capacità

Come ampiamente rilevato da Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, anche per la cultura la presente crisi provoca seri problemi: arresto di attività, perdite di reddito, carenza di risorse, mentre vi sono oneri correnti da sostenere comunque per la sopravvivenza delle istituzioni. È auspicabile un provvedimento che assicuri almeno continuità dei contributi pubblici per questanno (penso ad esempio al Fus per teatro, danza e musica) favorendo, ovunque ciò sia possibile, uno slittamento per le attività programmate e che non si potranno realizzare.

Le voci già iscritte in bilancio dello Stato per il 2020 possono aiutare. Ma per il futuro? Ormai la dimensione della crisi non ci può sfuggire. Sappiamo che dobbiamo e dovremo porre a carico delle pubbliche finanze enormi spese aggiuntive. Per far fronte ai costi straordinari sostenuti durante la crisi, per far fronte ai problemi sociali più evidenti, alle perdite subite e ai fabbisogni urgenti privati, per salvare e risanare una parte consistente delleconomia, e infine per favorire una nuova ripresa.

Il Paese ancor più indebitato con un più alto carico di interessi dovrà prendere non facili decisioni sulla spesa pubblica: diverse esigenze infatti si presenteranno come prioritarie nei vari settori (economia, società, salute, ambiente). Sarà in ogni caso difficile difendere priorità nel conflitto inevitabile tra diversi fini, tra diverse esigenze, fattesi ancor più stringenti nella e dopo la crisi.

È importante che il Paese affronti la situazione con politiche condivise e non in chiave di tutele di settore o corporative. È alta e condivisa la convinzione che le attività culturali debbano essere preservate e che le stesse possono essere uno dei pilastri della successiva ripresa. E ciò porta a ricercare forme e meccanismi che possano assicurare continuità (e semmai rilancio) negli interventi per la cultura.

Occorre dunque riservare una parte delle risorse di cui disporremo al sostegno delle attività culturali (e per un momento sospendiamo la distinzione tra beni e attività, visto che anche un restauro o la conservazione e la tutela altro non sono che attività da svolgere o sostenere con spesa pubblica). Come fare? Ci sono vari modi, alcuni trasparenti, altri meno (sono comunque già tutti stati sperimentati in passato in diversi campi). Mi pare che una caratteristica che dovranno avere queste forme di tutela debba essere la trasparenza. Non dovranno rappresentare escamotage di occultamento di debito pubblico. Sarebbero disvelate come tali in un periodo in cui dovremo operare con massima chiarezza. Potrebbero essere condannate o ridotte a poca cosa. Gli escamotage poi non si possono rifiutare a nessuno e dunque ciò che si pensa per la cultura sarebbe proposto per tanti altri settori rendendoli ancor più palesi.

Tale sarebbe una raccolta di risparmio separata dagli ordinari titoli di Stato con titoli di settore (che si tratti di Bond o di titoli di altra natura non importa, anche se evocare Fondi di investimento par addirittura ipotizzare alienazioni più che sicure gestioni) che si reggano di fatto sulla garanzia dello Stato e quindi su una spesa pubblica solo rinviata. Strumenti di questo tipo furono usati ampiamente nel nostro passato, ad esempio per far opere pubbliche, si ricordino ad esempio le autostrade. Cessarono ovviamente con il nostro ingresso nel mercato unico. Erano giustamente ritenute una forma occulta di indebitamento pubblico, di alterazione nel rapporto tra rischi e responsabilità tra privato e pubblico nonché di mascheramento delle responsabilità politiche, proprio quello che è alla base della nostra discesa a Paese eccessivamente indebitato.

Il dibattito

La cultura ha bisogno daria, modesta proposta: un Fondo nazionale per salvarla, di Pierluigi Battista

Due proposte dal FAI per salvare la cultura, cuore della nostra identità, di Andrea Carandini

Perché non lanciare un Bond per larte e la cultura? di Carlo Fuortes

Sì a un Fondo per garantire il nostro patrimonio culturale, di Andrea Cancellato e Umberto Croppi

Solidarietà per la bellezza. Uniamoci in un piano di salvezza culturale, di Paolo Lattanzio e Flavia Piccoli Nardelli

Agire ora perché un Paese stremato non rinunci alla conoscenza, di Giovanna Melandri

La garanzia dello Stato poi dovrà già essere utilizzata probabilmente in altri tipi di intervento, in particolare quelli volti a mantenere in mano privata attività nel breve non sostenibili. La soluzione va cercata in altri modelli più chiari e duraturi perché fondati su una logica difendibile. Quella ad esempio che sottrae alle mutevoli circostanze politiche le spese militari degli Stati Uniti, paragone che può imbarazzare ma che è utile e pertinente.

Non volendo scomodare la Costituzione e dunque su scala minore, ricordiamo che nel passato sono state sperimentate diverse forme di riserva di spesa: quelle che assicurano ad una destinazione unica di scopo parte delle spese o parte delle entrate di capitoli di bilancio afferenti altre finalità ma non del tutto sconnesse con gli interventi in campo culturale (a puro titolo di esempio, la destinazione di una percentuale delle somme stanziate per opere pubbliche). Oppure la introduzione di tasse di scopo (sempre a puro titolo di esempio potrebbe essere riservata una piccola quota delle imposte di soggiorno). Si può discutere.

In ogni caso, identificate le risorse, occorrerà poi assicurare una nuova capacità di intervento, ma questo si deve fare agendo sui soggetti che non di finanza si occupano ma di gestioni: appalti, concessioni, ecc. ecc. Questo è il nodo di fronte alleventuale introduzione di misure speciali: la speciale capacità di utilizzarle. Questo chiese la Banca Mondiale allItalia quando, dichiaratasi pronta a sostegni finanziari nel Dopoguerra, non chiese il rispetto di micragnose clausole finanziarie, ma organismi capaci di attuare progetti e programmi con straordinaria qualità amministrativa, questo sì.



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