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La lingua segreta delle cose
Gabriella Brugnera
Corriere del Trentino 7/4/2020

Un teatro virtuale in cui a parlare sono gli oggetti: il racconto della nostra storia

La casa come luogo in cui tutto accade: piccola o spaziosa, con giardino, terrazzo o solo con delle finestre, la casa è ora il nostro mondo. Quasi d’improvviso, «quarantena» è diventata la parola d’ordine che ci accomuna e ha sospeso il tempo della fretta, del traffico, delle corse giornaliere. Ma quante delle nostre cose sono in quarantena da decenni, relegate nelle nostre cantine o nelle nostre soffitte?

A stuzzicare la memoria con questa intuizione è il Museo degli usi e costumi della gente trentina di San Michele all’Adige, che da oltre cinquant’anni custodisce e valorizza il patrimonio etnografico del nostro territorio. Sulle sue pagine Instagram e Facebook, da qualche giorno il museo sta infatti pubblicando le immagini, accompagnate da nome, storia e funzioni degli oggetti più interessanti delle sue collezioni. Invita però anche a riconoscere l’oggetto tra quelli di casa e a inviare una foto con un commento in proposito, oppure a fare dei post sui propri profili usando l’hashtag #laquarantenadellecose.

Il museo di San Michele vuole anche svelare i tesori raccolti dai quasi cento soggetti di cui è ente capofila — piccoli musei, vetrerie, segherie, sentieri, mulini, fucine, caseifici, malghe, miniere — disseminati sull’intero territorio trentino. Ognuna di tali realtà è strettamente ancorata al luogo in cui è nata e ne ricostruisce la storia, le tradizioni, le attività, la strumentazione agricola e artigianale, gli ambienti della casa rurale, accompagnati dagli oggetti «de sti ani».

Dietro questi custodi del patrimonio etnografico, quasi sempre si incontra la passione di persone come Sergio Trentin, che cura la «Collezione Tarcisio Trentin» di Telve di Sopra, in Valsugana. Una raccolta di oltre duemila oggetti, nata dal legame profondo di Tarcisio con la sua terra nonostante il trasferimento in Val Gardena. «Ogni volta che tornava a casa — afferma il curatore — raccoglieva infatti testimonianze, sia materiali sia di modi di dire del suo luogo di origine». Undici locali narrano così la vita contadina di Telve nei primi decenni del Novecento: si va dalla cucina dove tutto è rimasto come allora, alla camera da letto, per entrare poi nel locale delle donne, con la macchina da cucire, i ferri per la lana e da stiro, per proseguire con lo spazio della scuola e dei giocattoli in legno. È stata anche ricostruita una malga con tutti gli attrezzi per il burro e il formaggio. Non mancano le ruote dei carri, le funi realizzate con il cuoio delle mucche, gli attrezzi per la fucina, la grande stalla e la cantina completa degli attrezzi, la tettoia per mettere a riparo il carro con il fieno. Tra tutti, «un vecchio tornio di legno che funziona a pedale, in cui dunque la stessa persona che lavorava con il tornio svolgeva le funzioni di forza motrice e di forza lavoro», conclude Trentin.

A Stenico, nelle valli Giudicarie, ci porta invece Gino Sicheri «Bàscher» con «Na mìgola de museo», una vecchia stalla adibita a luogo espositivo che all’esterno esibisce un murales che illustra una vicenda antica: «Nel 1910, quando il Trentino era ancora austriaco — spiega Sicheri — mio nonno e suo fratello hanno sterminato una famiglia di orsi, possiedo una fotografia di quell’evento. L’Austria aveva posto delle taglie importanti sulla cattura degli orsi: sessanta corone per il maschio, venti in più per la femmina. Espongo anche un cranio di orso che ho trovato in montagna quando facevo la guardia forestale». Il pezzo forte del museo è però la narrazione degli antichi mestieri.

«Negli anni ho raccolto falci fienaie, zappe, roncole e scuri che documentano le attività svolte nei campi e nel bosco, vi sono pialle e sgorbie per l’intaglio del legno, e pettini, aspi e arcolai per la lavorazione delle fibre tessili».

Di grande interesse saranno anche le immagini che sui social riguarderanno «El vöut dale arzare dan bòt», di Mione di Rumo, in val di Non, dietro cui c’è la passione e il lavoro incessante del novantenne Bruno Caracristi, ex maresciallo dei carabinieri. «Qualche anno fa ho acquistato un rustico, prima abitato da sette famiglie, completo di tutti gli arredi e oggetti di primo Novecento, e dopo averlo ristrutturato, ho pensato di esporre questi beni nella grande stalla del pianterreno», racconta. Tra gli oggetti particolari della collezione spicca un abito da sposa in velluto nero del 1885, ma anche un thermos a sabbia più o meno dello stesso periodo, che manteneva caldo il latte del bambino durante la notte.



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