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Torino. Le statue in scatola sotto le bombe
Fulvio Peirone
Corriere della Sera - Torino 11/4/2020

Per salvare i monumenti furono costruite delle strutture in legno piene di sabbia

Il 20 novembre 1940, cinque mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il Comune di Torino, allarmato dai bombardamenti, decise di mettere in sicurezza alcuni monumenti importanti della città. Il Piano di protezione antiaerea (Paa) prevedeva espressamente il «trasferimento o protezione del patrimonio culturale». Con il calare dell’inverno il podestà Matteo Bonino assunse l’iniziativa di «inscatolare» alcuni monumenti all’interno di grandi casse in legno, piene di sabbia. Di concerto con la Soprintendenza, Bonino adottò una deliberazione per la tutela in particolare di tre monumenti: Emanuele Filiberto di Savoia (il Caval ’d bröns di piazza San Carlo), l’alfiere dell’Esercito sardo (piazza Castello) e il Conte Verde (la statua ad Amedeo VI di Savoia in piazza Palazzo di Città). Il Genio civile fu incaricato di proteggere le statue dei Dioscuri sui pilastri della cancellata della piazzetta Reale.

Il 20 novembre 1940, cinque mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il Comune di Torino, allarmato dai bombardamenti, decise di mettere in sicurezza alcuni monumenti importanti della città. Il Piano di protezione antiaerea (Paa) prevedeva espressamente il «trasferimento o protezione del patrimonio culturale». Con il calare dell’inverno il podestà Matteo Bonino assunse l’iniziativa di «inscatolare» alcuni monumenti all’interno di grande casse in legno, piene di sabbia.

Di concerto con la Soprintendenza, Bonino adottò una deliberazione per la tutela in particolare di tre monumenti: Emanuele Filiberto di Savoia (il Caval’d bröns di piazza San Carlo), l’alfiere dell’Esercito sardo (piazza Castello, di fronte a Palazzo Madama) e il Conte Verde (la statua ad Amedeo VI di Savoia in piazza Palazzo di Città). Il Genio civile fu incaricato di proteggere le statue dei Dioscuri sui pilastri della cancellata della piazzetta Reale, poiché di proprietà della Real Casa.
Legno e sabbia

Il capitolato municipale prevedeva, per ciascuno dei tre monumenti presi in carico dal podestà, la costruzione «di un cassero riempito di sabbia costituito da tavole di abete dello spessore di 4 cm e con le pareti opposte situate alla distanza di 60 cm, circondante il monumento da proteggere». Il cassero andava diviso in «vari compartimenti, di modo che la rottura prodotta da una scheggia, in un punto, non [provocasse] lo svuotamento di tutta la parete protettiva. Per la parete superiore del monumento la protezione [doveva essere] costituita da un tetto fatto di tavolati ricoperti da cartone catramato». I costi dell’operazione ammontavano inizialmente a 42 mila lire per il monumento a Emanuele Filiberto, 25.500 per quello dedicato all’Esercito Sardo e 16 mila per il Conte Verde. Per quest’ultimo, strada facendo, i costi levitarono: all’atto dell’esecuzione dei lavori (novembre 1941) «per aumentare il grado di protezione analogamente a quanto era stato praticato in altre città, occorreva eseguire il cassero a pareti inclinate anziché verticali e tale modificazione [comportava] l’impiego di maggior mano d’opera e maggior quantitativo di legname e di sabbia».
I saccheggiatori

Oltre a difendersi dalle bombe, i monumenti cittadini dovevano guardarsi le spalle dai «vandali» che a più riprese saccheggiarono i componenti metallici delle statue, materiali ricercati e preziosi in tempo di guerra. Accadde che nel dicembre 1941 al monumento del Principe Amedeo di Savoia duca d’Aosta al Valentino vennero «tolti da ignoti il fregio sottostante la statua equestre, i cantonali ed i medaglioni in bronzo nonché varie sciabole, lance, e bardature ed il bordo di posa della base». Nel febbraio 1942 al monumento al Carabiniere furono asportate sei sciabole in bronzo. Nel maggio 1942 la statua in marmo posta alla base del monumento a Galileo Ferraris venne «danneggiata e mutilata della mano destra e di parte dell’avambraccio». Nel novembre seguente fu asportato «il fascio littorio in bronzo sorretto dalla figura marmorea posta sul piedistallo del monumento a Giuseppe Garibaldi in corso Cairoli» provocando conseguentemente anche «la rottura della mano dell’Eroe»; similmente anche il monumento ad Alessandro Lamarmora subì danneggiamenti «in alcuni fregi bronzei nel basamento». In tutti i casi elencati il Municipio provvide a eseguire le appropriate riparazioni, il che fa comprendere come nel 1941 e 1942 la guerra aerea su Torino, benché intensificatasi, non era ancora al suo culmine.
La furia delle bombe

Il 13 luglio 1943 la violenza di 250 aerei incursori sganciò 413 bombe e decine di migliaia di ordigni incendiari su Torino provocando, in poco più di un’ora, 792 morti e 914 feriti. Da lì in poi la città non fu più la stessa: altri bombardamenti di analoga portata si susseguirono per i giorni e i mesi a venire danneggiando o distruggendo interi quartieri, fabbriche, scuole, ospedali, biblioteche, sedi museali e universitarie. Il 16 agosto 1943 il podestà Bonino diede un’accelerata agli interventi di tutela del patrimonio culturale nel tentativo di porre in salvo le collezioni dei Musei civici, il cui trasferimento, inizialmente previsto con l’ausilio di automezzi municipali, venne in definitiva affidato «per necessità ad imprese private».

Fu stanziata una somma di 30.000 lire per «mettere in luogo più sicuro sia il patrimonio artistico, sia il pregevole mobilio che lo conteneva, il tutto per un valore di molte decine di milioni». Il 20 novembre venne concessa un’ulteriore somma di lire 10 mila alle ditte dei traslocatori poiché, per il trasferimento delle varie collezioni, il fondo precedentemente stanziato non risultava sufficiente «in quanto si erano dovuti compiere viaggi in numero maggiore del previsto per trasportare fuori città anche il mobilio di Palazzo Madama gravemente sinistrato dalle incursioni e l’arredamento del Museo d’arte antica sito nello stesso palazzo, e per trasferire in luogo più sicuro alcune preziose collezioni storiche della Civica Biblioteca».
Il trasloco del Duca

I traslochi non riguardarono solo il patrimonio librario e museale. Analoga sorte toccò a uno dei simboli di Torino: il monumento di piazza San Carlo. Il «soffio» di un ordigno dirompente caduto nella piazza aveva scoperchiato l’enorme cassa in legno a protezione del monumento di Emanuele Filiberto. L’opera di Carlo Marochetti si salvò per miracolo e, ormai priva di protezioni, venne smontata e trasferita a Santena. Il Caval’d bröns tornò al suo posto solo a guerra conclusa. Emanuele Filiberto, pur se ancora privo della spada e dell’avambraccio sinistro, venne riposto in sella al suo cavallo l’8 novembre 1946: anche per loro era finalmente giunto il tempo della pace e della ricostruzione.




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