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«Il virus non distruggerà il mio luogo del cuore»
Peter Iden
Corriere della Sera - Bergamo 14/4/2020

«Un atto d’amore per Bergamo in questi giorni di dolore». Lo scrittore tedesco Peter Iden ha dedicato questo articolo, scritto per la Frankfurter Rundschau (di cui è stato a lungo responsabile delle pagine culturali), a Bergamo, il suo «luogo del cuore».

Tutti conserviamo dentro di noi ricordi e immagini di attimi di gioia, di giorni felici. Una sorta di provvista che, di quando in quando, riaffiora d’improvviso. La prima neve, il primo giorno di vacanza, le prime scarpe da calcio; e più tardi: un esame superato, «le premier amour», eventi che segnano l’avverarsi di qualcosa di speciale. Spesso sono immagini legate a determinati luoghi, che fanno venire alla luce, come ricorda Ernst Bloch ne «Il principio speranza», «qualcosa che nell’infanzia riluce a tutti, ma dove nessuno è mai stato: la Heimat », il luogo del cuore.

Momento di inviolabile felicità per tutta la vita fu per me il primo arrivo a Bergamo. Eravamo molto giovani e da Arosa, in auto attraverso le Alpi, eravamo giunti a sera nella Pianura Padana. Una nebbia mai vista prima riduceva la visibilità quasi a zero. Lasciammo l’autostrada e la mia compagna dovette uscire dalla macchina per illuminare l’asfalto con una pila tascabile passo dopo passo. Poi, improvvisamente, vedemmo la luce giallastra dei lampioni, forse di una città, ma quale? Dove eravamo? E un passante, una presenza quasi spettrale, ci disse: «Siete a Bergamo, davanti al Teatro Donizetti, se volete un riparo, qui vicino c’è un albergo».

C’era ancora una camera libera. Negli anni seguenti abbiamo pernottato lì parecchie volte — ma, aperti gli scuri, nessun mattino è stato come quello della prima notte. Nella luce radiosa del sole la nebbia era scomparsa, come se non ci fosse mai stata. La vista, che dalla città bassa si alzava verso la città antica, la Città Alta, era libera e seduceva come una promessa la cui realizzazione non era inferiore al desiderio.

Bergamo! Da allora, per noi, quasi tutte le strade italiane portavano lì. «Il luogo del cuore» di tutta una vita. Per un buon lasso di tempo ho abitato vicino all’Accademia Carrara e alla Galleria d’arte moderna, inseguendo l’incanto della pittura nelle varie chiese e tra i quadri del Moroni e di Lorenzo Lotto. L’Accademia Carrara possiede una sua «Deposizione di Cristo nel sepolcro» che rivela un’atmosfera totalmente dilaniata dal dolore. Nella piccola chiesa di San Bartolomeo ho visto e rivisto l’immagine di una Madonna che ha l’aria incantevolmente viva di una studentessa del maggio parigino. E ho sostato a lungo in Piazza Vecchia, che l’architetto Frank Lloyd Wright ha definito «la più bella piazza del mondo».

Da soli o con gli amici è sempre bello stare tra la gente qui. Ricordo le sere trascorse con l’amico, regista e poeta Cesare Lievi (una sorta di vero e proprio ricognitore nei miei viaggi in Italia) e con Heinrich Klotz, lo storico dell’architettura che sapeva esaltare la bellezza di Bergamo come nessun altro. Non ho mai dimenticato che sul campanile fortificato di Piazza Vecchia sta scritto: «Ubi justitia, pax, caritas et amor – ibi deus est». Dove c’è giustizia, pace, carità e amore – lì c’è dio. Il motto bergamasco così urgentemente vero da tanto tempo come ora, come sempre.

Ma oggi, tempo di morte e rovina, sembra che neppure la speranza ci sia concessa. Vetro e felicità — con quanta facilità si rompono! Di fronte al numero crescente di vittime della pandemia, le oscure paure e l’orrore non sono più forti dei ricordi e delle immagini luminose della gioia, ma le assediano, le insidiano. Così come lo strazio delle immagini delle colonne di camion carichi di defunti..., lo smarrimento nelle strade deserte..., e il dolore nei posti dove ci sentivamo a casa. Dove c’era la nostra «Heimat», il luogo del nostro cuore.

Orazio in una poesia-esortazione all’amico e protettore Mecenate (Odi, libro II,3) dice: «Sia che tu viva triste per tutto il tuo tempo, / sia che nelle feste, sdraiato, / su un prato tranquillo, ti goda / il Falerno tutti quanti / siamo spinti alla stessa fine». Omnes eodem cogimur. Ci rimane solo la sicurezza che il ricordo dell’ultima immagine apparsa ai nostri occhi… non resterà in noi. Sapere aude. Abbi il coraggio di saperlo.



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