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Hogre al Parco degli Acquedotti: opera darte o atto di vandalismo?
Giovanni Maria Riccio - Giada Iovane
Artribune 17/4/2020

Giovanni Maria Riccio e Giada Iovane dello studio Legale E-Lex forniscono una possibile lettura giuridica dellintervento di Hogre su una cisterna romana nel Parco degli Acquedotti.

Qualche giorno fa, a rompere la monotonia di giornate silenziose, è esplosa una polemica su unopera dellartista Hogre, conosciuto per le sue azioni considerate sovversive. Lopera è stata realizzata sulla tamponatura di una cisterna romana, allinterno del Parco degli Acquedotti. A prescindere dal pregio artistico dellopera, ciò che ha destato rumore è stato principalmente il gesto in sé, che ha (forse) violato una legge non scritta, in forza della quale gli artisti di Street Art non dovrebbero intaccare i monumenti, e (sicuramente) una legge scritta, che include nei vincoli cui sono sottoposti i beni culturali anche gli interventi successivi.
Il dibattito è stato arricchito da un articolo, che ha suggerito una possibile lettura dellaspetto concettuale (che è contenuto in quello performativo), del piano simbolico e degli scopi interni ed esterni dellopera: Hogre, in piena quarantena, avrebbe compiuto un insieme di consequenziali violazioni, tutte dirette a un ritorno alle origini, a quando cioè larte negli spazi pubblici si compiva come atto puramente ed esclusivamente politico (seppur considerato vandalico, se letto con la lente di ingrandimento del giurista). Il significante, un dipinto moderno in bianco e nero dalla forma ovale, in cui due figure con il volto coperto da maschere antigas si baciano e si abbracciano connettendo i propri dispositivi di sopravvivenza, mentre un faro li illumina proiettando le loro ombre su uno sfondo bianco passerebbe qui in secondo piano, per dare spazio a un significato, sotteso allopera stessa, che è amplificato dalla potenza del gesto e dal momento in cui lo stesso è stato compiuto.
Una riflessione stimolante, perché ha offerto almeno a chi scrive una lettura altra, posta da una prospettiva interpretativa differente, allinterno di uno scenario troppo spesso invaso da voci autoreferenziali, impegnate a raccontare il proprio pedigree di artisti, militanti, studiosi, e disinteressate alle opinioni altrui.

ARTE E LEGGE

La lettura dellarticolo in questione, però, non può non sollevare degli interrogativi ai giuristi: interrogativi che forse non sono i soli nessuno ha lambizione e la presunzione di voler segnare la strada da seguire ‒, ma che, ancora una volta, fotografano lopinione e, ancor prima, i limitati strumenti analitici di chi scrive.
Da un punto di vista prettamente giuridico, lanalisi potrebbe partire dallosservazione di due elementi differenti. Da un lato, la cornice su cui Hogre si è insinuato, ossia una porzione di una cisterna del II sec. d.C., facente parte della Villa delle Vignacce, un bene sottoposto quindi a vincolo archeologico; dallaltro, la nuova opera insistente sulla cisterna stessa.
Si deve premettere che la sottoposizione a tutela di quello che è oggi il Parco degli Acquedotti, parte del Parco regionale dellAppia Antica, è iniziata dapprima negli Anni Sessanta, con la demolizione delle baracche che si addossavano allacquedotto Felice e, poi, solo grazie allopera di alcuni intellettuali (in particolare, Antonio Cederna e Lorenzo Quilici) e del comitato cittadino per la salvaguardia del Parco degli Acquedotti e di Roma Vecchia, larea è stata inserita nel Parco dellAppia Antica nel 1988. In un documento dellArchivio Cederna di quegli anni si legge: La Soprintendenza Archeologica di Roma rimane, per ora, lunico Ente che, non dando pareri favorevoli in merito al vincolo archeologico generale di P.R.G., è garante dellintangibilità dellintera area, anche se con poteri vincolanti limitati solo alle aree sottoposte a vincolo archeologico diretto. I territori realmente intoccabili sono attualmente molto pochi.
Partiamo da qualche cenno, che forse può essere utile a facilitare la comprensione del nostro percorso. Il vincolo cosiddetto diretto qualifica i beni culturali in senso stretto, tutela gli immobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico particolarmente importante (ai sensi degli artt. 2, co. 2 e 10, co. 3 del Codice dei Beni Culturali) ed è accertato con la procedura di cui allart. 13 del Codice stesso. Al contrario, il vincolo indiretto (art. 45 del Codice) fa riferimento alla tutela del contesto ambientale e urbanistico in cui si colloca il bene culturale e concerne aspetti di ordine edilizio suscettibili di danneggiare il bene culturale posto nelle vicinanze.

LE INTERPRETAZIONI DELLA TUTELA

Uno dei più grandi limiti allutilizzo del vincolo come strumento di tutela, nel nostro Paese, deriva da una discutibile interpretazione dello stesso, inteso quale strumento impositivo e non propositivo, non diretto, nella maggior parte dei casi, a unattività che oltre alla pura marchiatura di un bene come culturale sia indirizzato alla valorizzazione dello stesso, tenendo conto del contesto in cui il bene è inserito. Il vincolo, quale dispositivo legislativo, non è perciò immodificabile, al pari delle norme artistiche e di quelle estetiche, che sono per loro stessa natura mutevoli e cangianti, in dipendenza del contesto storico e sociale di riferimento.
La relatività del vincolo fa sì che questo debba non solo essere apposto, ma tenga conto di tutto il contesto in cui lopera stessa si inserisce, al fine di raggiungere al meglio lobiettivo di tutela completa e piena di un bene. Un aspetto che, forse, non è stato tenuto adeguatamente in considerazione nel caso del Parco degli Acquedotti.
Qui potrebbe introdursi, dunque, il secondo punto di unindagine giuridica, diretto ad analizzare il gesto di Hogre, da alcuni visto come una volontà dellartista di far riacquistare la parola al monumento, su di unopera vincolata, posta allinterno di un parco pubblico.
Inutile appare ogni discussione sulla liceità dellopera non autorizzata di arte negli spazi pubblici: la neutralità della legge sul diritto dautore determina che lopera sia soggetta e, quindi tutelata, dalle norme sulla proprietà intellettuale, a prescindere dal se sia lecitamente realizzata o meno. Peraltro, a voler essere precisi, lopera di Hogre non è solo illecita perché realizzata in assenza di commissione su di un bene di proprietà privata o pubblica, ma altresì poiché, pur incidendo su una tamponatura in calcestruzzo degli Anni Ottanta (di per sé comunque soggetto a vincolo), si avvale (diremmo anche che si avvantaggia) di una cornice eccellente, ossia un bene archeologico, quale una porzione di cisterna romana.
Il gesto compiuto da Hogre, pertanto, scisso da un qualsiasi riferimento estetico e punto di vista meramente soggettivo, si ammanta almeno ai nostri occhi di una valenza discrezionale, che sfocia quasi nellimbellettamento, pensato forse per il miglioramento di un luogo che, pur avendo vissuto di antichi fasti e pur se vincolato, è obiettivamente stato abbandonato a forme di degrado. Sembra calzare a pennello una frase di Norberg-Schulz, dal suo Genius loci, dove si afferma: La principale opera darte su cui leducazione umana dovrebbe basarsi è il luogo che ci conferisce la nostra identità. Solo quando comprenderemo i nostri luoghi saremo in grado di partecipare creativamente e contribuire alla loro storia.
Si può anche aggiungere che, forse, il fattore tempo potrebbe essere rilevante in riferimento al giudizio sullopera: più si guarda verso un orizzonte temporale distante, più lopera può essere valutata imparzialmente. È pur vero, però, che in unopera effimera, quale larte negli spazi urbani, deve considerarsi laspetto transitorio dellintervento. Forse Hogre ha puntato su questo, usando una porzione non antica di unopera antica.
Tuttavia, lartista ma, ancora una volta, è la nostra personale lettura è intervenuto imponendosi, anziché proponendo, quasi che lidea di un miglioramento estetico possa essere rimessa alla decisione di un singolo. Per questa via, che, nel caso in esame potrebbe anche apparire in astratto condivisibile, si rischia inevitabilmente una deriva pericolosa: quella, cioè, di lasciare allarbitrio e al gusto personale la scelta di intervenire o meno su di un bene vincolato. Ricorrendo a unesagerazione, si potrebbe così giungere a legittimare interventi non autorizzati sul Pantheon o sul Colosseo, laddove qualcuno vi intravedesse lincuria o labbandono da parte delle singole amministrazioni. Una conclusione forse paradossale, ma che fotografa gli effetti e, soprattutto, i riverberi della legittimazione di comportamenti non inclusivi e condivisi, ma individualistici.

UN DIBATTITO DA INCENTIVARE

Cè però un altro aspetto da ponderare, una sorta di dark side of the moon. Nel caso delle opere negli spazi pubblici, le decisioni dovrebbero essere prese collettivamente, con un pieno coinvolgimento democratico, che interessi la cittadinanza e le comunità nel cui spazio le opere si inseriscono. La legislazione attuale assegna pieni ed esclusivi poteri alle Soprintendenze che spesso, per motivazioni comprensibili, tendono a rifiutare ogni intervento che riguardi i beni culturali. Un esempio recente merita di essere ricordato: lopera di Diavù (David Vecchiato) sulla scalinata del MANN, il museo archeologico napoletano. Unopera effimera, realizzata con vernici cancellabili nei confronti della quale le autorità competenti soprintendenza e direzione del museo hanno espresso pareri diversi.
Forse è il momento di aprire un confronto pacato e serio sul punto, sulla musealizzazione, sullimmobilismo e sulla staticità dei luoghi, sulle città ridotte a fruizione turistica, dove ogni innovazione è osteggiata. Se un merito può essere riconosciuto a Hogre, è questo: aver imposto una riflessione, una discussione su un tema che sembra marginale in un dibattito pur ricco di voci e contenuti. Un dibattito che, però, dovrebbe precedere le azioni e non seguirle.



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