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Piemonte. Una cabina di regia per la cultura
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera - Torino 20/4/2020


L’altro giorno mi ha telefonato un consigliere regionale d’opposizione, il piddino Daniele Valle, che presiede la Commissione cultura. Valle voleva scambiare qualche amichevole impressione su come le grandi istituzioni culturali — dal Salone del Libro ad Artissima, dal Museo del Cinema al Regio — progettano la ripresa delle attività, in particolare dei grandi eventi da esse organizzati. Ciascuna, mi fa notare Valle, ha una propria strategia: chi pensa a un’edizione, magari ridotta, nell’autunno-inverno; chi preferirebbe rinunciare all’edizione 2020, o spostarla ai primi mesi del 2021. Il mio interlocutore si domanda se non sia sbagliato affrontare la questione così in ordine sparso, e se non sarebbe meglio se Comune e Regione, mettendo da parte i contrasti che li dividono, creassero una «cabina di regia» — che coinvolga anche le fondazioni bancarie — per arrivare a una road map condivisa e unitaria. Io apprezzo i rari politici che si danno pensiero per la cultura. Dunque ho ascoltato con attenzione Valle. Alla fine gli ho esposto alcune mie perplessità e ci siamo salutati in perfetta letizia. In ossequio alla trasparenza, voglio ora condividere quelle riflessioni con i lettori. Va premesso che il disastro della cultura è asimmetrico.

Ci sono da una parte le realtà-medio piccole e dall’altra le grandi istituzioni. Tutti sono in crisi, ma con prospettive diverse. Le realtà medio-piccole — associazioni, circoli, cinema indipendenti, live club, artisti, compagnie teatrali, lavoratori autonomi dello spettacolo — prospettive ne hanno poche: il blocco, chissà fino a quando, di ogni attività con spettatori paganti porterà a un’estinzione di massa, in assenza di un massiccio sostegno pubblico che finora non s’è visto se non sotto forma di pannicelli caldi che non risolvono nulla, e tutt’al più prolungano l’agonia dei più deboli o nel migliore dei casi danno un po’ di respiro a chi, più strutturato e con qualche riserva in cassa, tenterà di tirare a campare in attesa che l’epidemia finisca.

Questa è l’emergenza immediata: scongiurare la scomparsa di decine di presidii, anche minimi, che finora hanno garantito la vivacità e la complessità della nostra scena culturale. Perché chi oggi non ce la fa e chiude, chiude per sempre.

E poi ci sono le grandi istituzioni. A quelle credo si riferisca Valle quando parla di una cabina di regia per la ripresa.

Il problema per le grandi istituzioni non è sopravvivere — ciò non è in discussione, almeno non ancora — bensì come confrontarsi con i competitor nazionali e internazionali, e con i propri referenti, non ultimo il pubblico.

E qui la questione si fa complessa. Prendiamo il caso di Artissima: Valle teme che, saltando un’edizione, la fiera d’arte perderebbe terreno a vantaggio di altre fiere d’arte. In sostanza, è il ragionamento, gli espositori e i collezionisti potrebbero «dimenticare» Artissima e anche in futuro preferirle, che so, Art Basel.

Ma Valle non considera alcuni fatti fondamentali: 1) Tutte le fiere d’arte del mondo sono nella stessa situazione di Artissima, e subiscono o subiranno rinvii e/o annullamenti a causa dell’epidemia; 2) Gli espositori decidono la loro partecipazione a una fiera valutandone la redditività, e non in base a una fidelizzazione emotiva; 3) Le fiere attrattive sono quelle frequentate dai collezionisti che comperano davvero, e i collezionisti non arriveranno comunque se la situazione sanitaria non lo consentirà; 4) Per una fiera commerciale com’è Artissima ciò che conta è il volume d’affari che genera, non tanto la massa di visitatori che non comperano: se non ci sono i collezionisti che comperano la fiera è comunque un flop, pur con centinaia di migliaia di visitatori che non comperano.

Ogni manifestazione ha necessità, parametri e obiettivi propri, e quelli di Artissima non sono quelli del Salone del Libro, che non sono quelli di MiTo, che non sono quelli di un festival cinematografico. Dunque non è possibile escogitare una road map che si adatti a tutti. Non esiste il pret-à-porter, in questo campo. Soltanto abiti su misura. E di certo gli unici in grado di valutare, scegliere, progettare e attuare le strategie di una specifica manifestazione sono coloro ne conoscono davvero meccanismi, pubblico, ambito d’azione. Dunque, gli unici in grado di decidere con cognizione di causa e non a muzzo se e quando organizzare un grande evento sono gli organizzatori dell’evento stesso. Come sempre chi sa fa, e chi non sa e vuol fare fa danno.

Il ruolo corretto di una cabina di regia, in questi frangenti, sarebbe quello di un coordinamento che — attenzione, qui sta il punto cruciale — si limiti al sostegno economico e logistico. L’intervento di Regione, Comune e fondazioni bancarie — in queste ultime ripongo, è noto, maggiore fiducia — è vitale per reperire, ottimizzare e indirizzare al meglio le risorse disponibili, e per creare le condizioni ambientali favorevoli alla ripresa dell’attività. A condizione però di lasciare a chi sa - ai professionisti del settore - l’onere di individuare le modalità concrete della ripartenza, a cominciare dalla decisione se rinviare, e a quando, la singola manifestazione, o se rinunciare all’edizione 2020 e pensare piuttosto a un progetto forte per il 2021.

Questa, mi pare di aver capito, è anche l’idea di Valle, e mi trova totalmente favorevole.

Se invece la cabina di regia venisse monopolizzata dalle ragioni della bassa macelleria politica, e pretendesse di decidere modalità e tempistiche dei singoli eventi, o peggio ancora una strategia unica, uguale per tutti, allora tanto varrebbe chiudere baracca e burattini e passarci sopra il napalm. Demandare agli incompetenti decisioni squisitamente tecniche equivale a regalare una cassa di mitragliette Uzi ai bambini dell’asilo per farli giocare. I politici non sanno un tubo di cultura, e ancor meno di eventi culturali, il che è del tutto comprensibile: io, d’altronde, non so come si amministra una comunità (e neppure un pollaio) mentre invece loro lo sanno — o pretendono di saperlo. Si può sempre sperare nel banale buon senso, ma in certi casi il buon senso non basta. Con l’aggravante che il personale politico di cui disponiamo oggi nel nostro territorio è quello che è. Vi fidereste del loro presunto (e presuntuoso) «buon senso» in una materia tanto tecnica e complessa? Beh, io no. Non per la cultura. E, personalmente, nemmeno per il mio pollaio.



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