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«Editori alla soglia dell’estinzione. Molti verranno spazzati via»
Riccardo Cavallero
Corriere della Sera 24/4/2020

Il fondatore di Sem: senza misure sopravviverà solo chi vende per più di 10 milioni l’anno

Strana gente, quella dell’editoria. Un settore sui generis, dove torreggiano personalità titaniche, talvolta discutibili, mai ordinarie. Sarà forse per questa ragione che si fatica a decriptarne l’essenza, o anche più semplicemente un pensiero comune, una chiara comunità di intenti. Questo, almeno in superficie. In realtà il collante che mantiene in vita quest’industria nel nostro Paese, nonostante un tasso di lettura tra i più bassi del mondo occidentale e — salvo rare eccezioni — il totale disinteresse della classe politica, è quella forza atavica e travolgente che si chiama passione. Ma da sola, la passione, anche la più sconsiderata, raramente basta.

Non possiamo continuare così. È assolutamente necessario costruire un fronte comune e coordinato con tutti gli operatori della filiera per cercare di salvare il salvabile. Siamo alle soglie di un’estinzione di specie e, per la struttura peculiare e geneticamente debole del nostro mercato, i piccoli editori saranno i primi a soccombere.

Viviamo questi strani giorni in un’atmosfera rarefatta. Non sappiamo quando e come ne usciremo. Il settore è in ginocchio, come tutti, ma nel caso dell’editoria c’è un piccolo particolare che spesso resta inosservato: mentre i fatturati sono fermi, continua l’accredito delle rese. Si genera così un fenomeno pressoché unico: i fatturati divengono negativi, quasi un ossimoro, una degenerazione diabolica. Questo caso si verifica da marzo per alcuni, e sarà cosa comune tra qualche settimana.

Le case editrici medie e grandi, quelle che vendono per più di 10 milioni di euro all’anno (questo valore dà la scala della nostra realtà economica), possono contare su un polmone finanziario che permetterà loro di resistere o quantomeno di prendere tempo. Intanto assisteremo comunque a ristrutturazioni draconiane con moltissime persone che perderanno il lavoro.

Con questo trend, molte case editrici scompariranno in pochi mesi. Dei 7.700 editori presenti nel mercato italiano, solo una ventina supera la soglia dei 10 milioni con una certa costanza negli anni. Sono i grandi gruppi editoriali di Mondadori, Gems, Giunti, Feltrinelli e De Agostini, insieme a pochi casi virtuosi come Sellerio, Adelphi, e/o, Laterza, Il Mulino, Hoepli e pochi altri ancora.

Solo una manciata di editori sfiora la soglia dei 4 milioni di euro negli anni fortunati e dalla posizione 180 in poi si viaggia sotto il mezzo milione di euro, scendendo rapidamente. Non è ragionevole pensare che questi operatori riescano a uscire da questa emergenza con le loro gambe.

Il rischio

Con questi fatturati negativi, resisteranno solo una ventina

di grandi e medi

Se siamo d’accordo nel riconoscere al settore librario un valore intangibile e prezioso, deve essere chiaro che ci stiamo giocando qualcosa di più di una darwiniana selezione di specie. Catene librarie e e-commerce rappresentano oltre il 70% del mercato, i librai indipendenti il 22% e i supermercati il residuo 7%.

In questo quadro le prospettive alla riapertura sono di un mercato sempre più concentrato nelle mani degli operatori che controllano le catene librarie, mentre i piccoli editori faticheranno sempre più anche a trovare uno spazio per le loro proposte, accelerando la prospettiva di collasso. Non è diversa la situazione dei librai indipendenti sulla cui già provata resistenza gravano oggi le stesse incognite dei piccoli editori.

Certo, il settore necessita più di altri di un profondo ripensamento. Questa emergenza ha messo a nudo tutte le debolezze del sistema e ha smascherato l’irrazionalità di un arroccamento a difesa del commercio tradizionale contro l’e-commerce. Nessuna attività al mondo ha resistito tanto ottusamente alla digitalizzazione quanto l’editoria, almeno in Italia, ma ora — per necessità — tutti abbiamo improvvisamente imboccato la strada della tecnologia e difficilmente l’abbandoneremo. Con ogni probabilità la percorreremo con la saggezza che deriva dall’essere gli ultimi arrivati, entusiasti dei nuovi strumenti ma attenti a non perdere i valori antichi che sono alla base della nostra attività, in tutte le sue manifestazioni.

Oggi dobbiamo però affrontare un problema più urgente. Il meccanismo adottato per la tanto sbandierata immissione di liquidità nel sistema è lento, molto più lento che negli altri Paesi e fa sì che questa supposta liquidità arrivi secondo una lista di priorità dettata dal sistema bancario che dovrà preservare le grandi imprese. La politica non ha fatto meglio. Nel mese di marzo il governo ha stanziato 130 milioni per cinema e teatro, saltando a piè pari l’editoria libraria.

A questo punto è indispensabile che vengano adottate rapidamente delle misure economiche che sostengano veramente la piccola editoria al fine di permetterne la mera sopravvivenza. Poi ragioneremo su come cambiare la dinamica di mercato e rettificare vecchie, cattive abitudini. Per farlo dobbiamo però continuare a esistere. Diversamente bisogna avere l’onestà di dichiarare che il mercato culturale che ci troveremo davanti tra meno di un anno sarà ancora più saldamento concentrato nelle mani dei grandi gruppi mentre ai piccoli editori sarà concesso esistere solo a condizione di occuparsi di micro-mini-editoria. In fin dei conti la biblio-diversità non è un obbligo, ma è certamente un valore. Un valore cui si può anche rinunciare, avendo però il coraggio di dichiararlo in partenza.



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