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Celant, visioni di libertà
Pierluigi Panza
Corriere della Sera 30/4/2020

1940-2020 Scomparso a 80 anni il critico e saggista. Dal Guggenheim di New York a Parigi, da Londra a Venezia e Milano
Teorico dell’Arte Povera, da curatore scelse una pratica aperta e antiprogrammatica

In When Attitudes Become Form, curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna nel’69, Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969 di Alighiero Boetti stava sdraiato sul pavimento con opere di Bruce Nauman; in fianco, Mario Merz aveva piantato un igloo di stracci e sulle scale Jannis Kounellis aveva sparso sacchi di grano. Germano Celant, scomparso ieri a seguito del coronavirus (era ricoverato al San Raffaele di Milano e aveva manifestato i primi sintomi un mese fa, di ritorno dell’Armory Show negli Usa), aveva allora trent’anni e da due aveva capito che quel cemento a presa rapida di Boetti, quegli stracci di Merz e Pistoletto, quella rottameria messa insieme da Mario Ceroli, Pino Pascali, Giulio Paolini, Luciano Fabro, Pier Paolo Calzolari e altri costituivano il detonante bric-à-brac che l’arte italiana poteva offrire all’estetica del ’68. Tanto che ieri il ministro Dario Franceschini ha parlato di «un’Italia impoverita per la perdita del talento di Celant».

L’Arte Povera era nata nel ’67 alla Galleria La Bertesca di Genova, città nella quale Celant era nato nel 1940. Ma quella tappa a Berna fu per alcuni «poveristi» come uno sbarco sulla luna. Celant aveva già scritto il manifesto del gruppo: Arte Povera. Appunti per una guerriglia nel quale, riprendendo Marx, scriveva: «L’arte povera è impegnata con la contingenza, con l’evento, con l’astorico, col presente, con la concezione antropologica, con l’uomo reale». Arte Povera significa, ci disse un giorno, «usare quello che vuoi». Lui, esistenzialista nerovestito tutta la vita, incarnò la metafora di Oscar Wilde del «critico come artista»: lui ci metteva lo slogan, gli artisti creavano forme e gesti basati sulla riappropriazione del rapporto Uomo-Natura.

Fu Eugenio Battisti, docente a Genova, a lasciare al suo protégé la conduzione del Museo Sperimentale e della rivista «Marcatré», della quale avrebbero fatto parte Umberto Eco ed Edoardo Sanguineti. La qualità di Celant come curatore emerse subito e si riassume nel lasciare massima libertà nella selezione e presentazione delle opere all’artista. In breve mise a punto anche un’altra qualità: quella di coltivare contatti internazionali. Questo aspetto lo portò a infiniti viaggi e a comprendere e accettare la trasformazione dell’arte in gioioso bene di consumo delle élite. Rispetto alle ideologie del Futurismo o dell’Arte impegnata, Celant privilegiò una libertà antiprogrammatica, una «pratica aperta» accompagnata dalle prime forme di costruzione del consenso.

«L’Arte Povera è impegnata con la contingenza, con l’evento, con l’astorico, col presente, con la concezione antropologica, con l’uomo reale»

Prese a curare le sue grandi mostre: Identité italienne al Centre Pompidou nel 1981, Italian Metamorphosis, 1943-1968 al Guggenheim nel 1994 e altre alla Royal Academy di Londra e a Palazzo Grassi a Venezia. Diventa un monumento curatoriale, sempre disponibile sotto la nera divisa e il fluente capello bianco: direttore della prima Biennale di Firenze, della Biennale di Venezia nel 1997 (Futuro, presente, passato con 67 artisti internazionali), senior curator al Guggenheim di New York, direttore della Fondazione Vedova di Venezia, supervisore di Genova Capitale della Cultura (2004), curatore della sezione «Food and Art» dell’Expo 2015. Scrive per «Artforum» e l’«Espresso» e realizza una cinquantina di monografie e scritti teorici su Conceptual Art, Land Art e l’Inespressionismo (1988).

Miuccia Prada è il munifico committente che tutti i curatori vorrebbero avere: nel 1995 lo chiama a dirigere e sovrintendere la gioiosa e concettuale macchina estetica della maison. Concepisce una quarantina di mostre, dalla personale di Michael Heizer all’ultima retrospettiva su Kounellis. Ieri, insieme al marito Patrizio Bertelli, Miuccia lo ha ricordato come «un compagno di viaggio che ha contribuito a farci ripensare il significato della cultura nel nostro presente».

Per la mostra When Attitudes Become Form, svoltasi nella sede veneziana di Prada, Ca’ Corner della Regina, nel 2013 Celant riceve il The Agnes Gund Curatorial Award accanto a Miuccia, che ottiene il The Leo Award (riconoscimenti dell’Independent Curators International). Le sedi Prada di Ca’ Corner a Venezia, Osservatorio e Fondazione (firmata da Rem Koolhaas) a Milano diventano come quella «scatola magica» dipinta nel Mondo nuovo da Tiepolo. In quest’affresco a Ca’ Rezzonico, a due passi da Ca’ Corner, Tiepolo dipinse una folla che si precipita a guardare cosa si vede traguardando una scatola ottica mentre un Celant del Settecento, con la bacchetta in mano, invita a osservare. Nell’affresco di Tiepolo accorrono popolani; da Prada griffati radical chic. Ma analoga è la voglia di osservare dentro una scatola-osservatorio per vedere un mondo nuovo. Grazie a Celant si è sognato di trovarlo: ci si metteva lì, in coda, dentro una fantasia «povera» ma ricca, quasi esotica, possibile.




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