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Celant. Lucido anticipatore, sapeva andare oltre il tempo
Stefano Bucci
Corriere della Sera 30/4/2020

Con Celant Emilio Isgrò è entrato letteralmente nel ventre della balena. Grazie a una pagina senza fine costellata dalle parole scritte (e cancellate) dal Moby Dick di Melville che proprio Celant aveva scelto come scenografia (sorprendente) per la grande monografica che la Fondazione Cini di Venezia aveva dedicato nellautunno del 2019 appunto a Isgrò.

Che ora ricorda con emozionato affetto il curatore. La sua dote più grande?Cercare larte dentro gli artisti, non imporla, gli piaceva vederla quasi zampillare. Eppure allinizio, quando nemmeno ventenni (e quasi coetanei) si erano conosciuti a Genova durante un dibattito (naturalmente sullarte) in una piccola galleria davanguardia, non si erano forse sembrati subito così vicini, anche geograficamente: Lui era genovese, trapiantato a Torino; io siciliano. Ma poi, con il tempo, Isgrò avrebbe scoperto quella sua attenzione, quella sua curiosità, quella sua modestia con cui si sapeva letteralmente mettere al servizio degli artisti.

Perché, se cera una dote di Germano Celant che sembrava essere finora troppo a lungo sfuggita, era forse la sua capacità di entusiasmarsi, quella sua passionalità ammantata di gelo, come la definisce Isgrò, che lo rendeva (insieme al suo look total black e ai suoi anelli dargento con le grandi pietre azzurre) immediatamente riconoscibile.

Un uomo non facile, ma che sapeva studiare, vedere, girare il mondo e proprio per questo riusciva a sentire sempre il polso dellarte: questo il racconto di Alfredo Bianchini, presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia di cui Celant è stato curatore artistico e scientifico (lo stesso Celant aveva poi curato la grande monografica dedicata a Vedova dal Palazzo Reale di Milano lo scorso inverno).

Certo Celant sapeva anche incutere paura, ma forse accadeva ormai in modo del tutto involontario, forse era colpa di quella sua capacità (ormai universalmente riconosciuta) di grande anticipatore che sarà, almeno per ora, difficile da colmare. Incuteva rispetto Celant e sapeva che un suo giudizio poteva certo far paura o decretare lascesa di un nuovo artista (tra le sue recenti scoperte cera lamericano Kaws, una passione che, confessava, gli era arrivata dal figlio Argento) .

Eppure, conferma Mimmo Paladino (che da un lunghissimo lavoro con Celant ha prodotto nel 2017 un catalogo monstre edito da Skira), Germano era un burbero che sapeva essere gentile, era autorevole, autoritario, lucidamente consapevole e critico, ma anche comprensivo. Paladino (Lultima volta ci eravamo visti per la mia retrospettiva alla Galleria Stein di Milano) ricorda poi la dimensione internazionale del critico: Il suo lavoro è stato fondamentale ma non solo per lArte Povera e non solo per larte italiana, ma di tutto il mondo.

Perché Celant, assicura Paladino, aveva un occhio lungo, che andava ben oltre il suo tempo, un occhio ancora una volta severo ma anche comprensivo. E al pari di Emilio Isgrò, anche Paladino certifica quanto sarà difficile raccogliere leredità di questo burbero gentile.



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