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Letizia e il team delle italiane: così salviamo l’Urlo di Munch
Roberta Scorranese
Corriere della Sera 20/5/2020

Lo studio: «È l’umidità a causare il deterioramento dei colori»

Quando, nel 1910, Edvard Munch faceva gli ultimi ritocchi a una delle versioni più famose dell’«Urlo», forse non immaginava due cose: che oggi quel dipinto avrebbe rispecchiato perfettamente il nostro stato d’animo oppresso dalla paura e che un team internazionale di ricerca a guida italiana (e quasi tutto al femminile) avrebbe decifrato uno dei suoi tanti enigmi.

Scolorimento e sfaldamento dei pigmenti in testa. Le inquietanti nuvole chiare che si addensano alle spalle della figura più vicina all’idea di modernità mai concepita, erano infatti originariamente di un giallo più intenso. Come il collo dell’uomo urlante e altri dettagli. Negli ultimi anni questo degrado dei colori ha fortemente limitato le scelte del Museo Munch di Oslo, restio ad esporre l’opera nella convinzione che alla base del degrado ci fosse la luce.

«E invece no, era l’umidità», spiega Letizia Monico, ricercatrice del Cnr di Perugia e membro della squadra guidata dal Consiglio nazionale delle ricerche. Un dettaglio importante: per i musei è più facile regolare le condizioni di umidità ambientale (per esempio si potrebbe pensare ad una sala ad hoc per l’«Urlo») che controllare l’esposizione alla luce, specie se parliamo di spostare il quadro.

Quadro che, ricordiamo, non ha avuto una storia facile: nel 2004 venne clamorosamente rubato — assieme ad un altro dipinto di Munch — e riapparve solo nel 2006, gravemente compromesso a causa dell’umidità. Curiosità: anche «l’altro Urlo», cioè la versione conservata nella Galleria nazionale di Oslo, venne rubato nel 1994. Insomma, da tempo il «malato d’angoscia» è sotto osservazione e non solo per le vicissitudini: il deterioramento, come spiega Monico, si deve anche ai materiali usati, specie i gialli di cadmio, quelli delle nuvole. «L’artista — dice la ricercatrice — ha miscelato i leganti, quali tempera, olio e pastello con pigmenti sintetici».

L’effetto è stato brillante, ma purtroppo la combinazione di materiali diversi ha reso difficile l’analisi. Non solo. Fotografie d’epoca testimoniano che Munch lavorava all’aria aperta e che lasciava i dipinti esposti al sole e a residui portati dal vento. Questo ha ulteriormente complicato la ricerca del team. Altra curiosità: «Lo studio è stato integrato con indagini sui provini pittorici di laboratorio invecchiati artificialmente, preparati utilizzando una polvere storica e un tubetto a olio di giallo di cadmio appartenuto allo stesso Munch», dice Monico, senza nascondere l’emozione.

Il tutto grazie a metodi non invasivi di spettroscopia della piattaforma europea Molab (finanziata dalla Commissione Europea nel progetto Iperion-Ch), un laboratorio mobile coordinato da Costanza Miliani. Poi all’European synchrotron radiation facility di Grenoble, in Francia, sono stati effettuati esperimenti con sorgenti ai raggi X su micro-frammenti prelevati dall’opera. Lo studio, pubblicato su Science Advances, non ha segnalato solo lo sbiadimento delle nuvole. «Nella zona del lago, le dense e opache pennellate di giallo di cadmio mostrano invece tendenza a sfaldarsi», aggiunge Monico, che ha cominciato a lavorare all’«Urlo» nel 2017.

E adesso? «Adesso — conclude Letizia — sarà più facile per il museo esporre il quadro, cioè garantendo l’esposizione a livelli di umidità relativa percentuale non superiori a circa il 45% e una giusta illuminazione». Ma la ricerca su Munch non si ferma a Munch: basti pensare a quanti altri artisti — più o meno coevi — hanno usato pigmenti gialli a base di solfuro di cadmio, «come Henri Matisse, Vincent van Gogh e James Ensor», puntualizza Miliani.

Insomma, sono le studiose italiane che fanno strada in molti misteri chimico-pittorici della modernità.



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