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Torino. Le difficoltà della cultura e le illusioni
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera - Torino 16/5/2020

I dati dell’Osservatorio Culturale del Piemonte parlano da soli: il sistema culturale e dello spettacolo nella nostra regione, a causa della pandemia, ha subito perdite nette (incassi mancati, senza calcolare l’impatto sul sistema economico complessivo) per almeno 20 milioni di euro fra febbraio e aprile, di cui almeno 14 nella sola Torino. E siamo soltanto all’inizio. Nel primo semestre 2020 le perdite potrebbero superare i 45 milioni di euro (di cui 29-30 a Torino). A fronte di numeri tanto drammatici, diventano risibili le cifre, pur importanti, stanziate dal governo per il settore. Un miliardo per la cultura non sono bruscolini, non discuto. Ma devo fare un disegno per spiegare quanto arriverà alla singola regione, al singolo museo, alla singola libreria, al singolo lavoratore? Dividete un miliardo per venti regioni, e il conto della serva è bell’e fatto. D’altra parte, dalla grande industria allo stracciarolo tutti invocano aiuti, mentre i soldi sono quelli che sono. Beh, se tutti avessimo pagato sempre tutte le tasse, adesso di soldi ce ne sarebbero di più: ma questa è un’altra storia. Se lo Stato fa quel che può, e quel che può è ancora poco, figurarsi gli enti locali, già malmessi prima della crisi. Il bilancio preventivo 2020 del Comune di Torino (pre-covid) destinava alla cultura 19 milioni di euro: appena due terzi della cifra che perderà nei primi sei mesi di quest’anno il sistema culturale torinese. Il bilancio della Regione per il triennio 2017-2019 prevedeva stanziamenti per circa 45 milioni l’anno per la cultura.
Giusto l’equivalente delle perdite nette previste, fino giugno, per musei, cinema e spettacoli dal vivo. Insomma: solo per mantenere lo status quo pre-covid la Regione dovrebbe raddoppiare nel 2020 la sua spesa annua in cultura. Ipotesi meno credibile di un atterraggio della flotta spaziale klingoniana in piazza Castello. Tanto per dire, corre voce che per finanziare il benemerito decreto «Riparti Piemonte» la Regione taglierà del 5 per cento il contributo 2020 previsto per il Regio; al quale Regio, peraltro, la stessa Regione deve ancora pagare 3,4 milioni di arretrati del 2018 e del 2019.

Si potrebbe obiettare che non realizzare tante manifestazioni, festival e rassegne equivale a un risparmio: se il Salone del Libro, o una mostra, o un festival di cinema, di teatro, di danza non si fanno, allora non si spendono neppure i soldi che si sarebbero spesi per farli. Ma non funziona così. Il vero costo di una manifestazione sta nella fase preparatoria. Il personale addetto ci lavora un anno intero, e quel lavoro costa. Costano gli stipendi, le utenze, gli affitti delle sedi, le trasferte. Il «prodotto finale», lo svolgimento della manifestazione, è soltanto una delle voci di spesa, ma è soprattutto il momento in cui si passa all’incasso, tramite la biglietteria e le sovvenzioni degli sponsor che pagano per la visibilità. Senza, la manifestazione è comunque in perdita secca. Un fiume di denaro in uscita che non genera nessuna entrata. Perciò considero una ben magra soddisfazione, ad esempio, un Salone del Libro on line. Certo, è un segnale importante, una vittoria morale, non dico di no. Ma andate a raccontarla a quelli di Torino Città del Libro, l’associazione dei creditori della vecchia Fondazione per il Libro che adesso, gestendo direttamente la parte commerciale della manifestazione, speravano di recuperare, un poco alla volta, quanto non gli era stato pagato in passato. Adesso dov’è il loro giusto guadagno? L’on line sarà anche bello, se vi piace, ma non rende un centesimo. Né saranno i progetti per spettacoli «light», all’aperto e con organici ridotti, vagheggiati dal volonteroso sovrintendente Schwarz, o dai direttori artistici dei nostri teatri, a risollevare le finanze di un Regio, o di uno Stabile. Ammesso che siano fattibili.

Giusto ieri ho ascoltato Schwarz in videoconferenza: mi è parso combattivo, per niente incline alla rassegnazione, ma anche conscio delle incognite del futuro. Le opere preparate e non andate in scena in questa stagione si ricupereranno nella prossima — assicura l’ottimista Schwarz — e il pubblico utilizzerà i biglietti già acquistati per le recite annullate. Dunque nel 2020/21 quegli spettacoli non frutteranno nuovi incassi. Oggi o fra un anno, la perdita resta, e non si recupera. Di sicuro oggi il Regio non può presentare la prossima stagione, e dunque non può aprire la campagna abbonamenti, ed è altro denaro fresco che viene a mancare. Anche parlare di una «prossima stagione» è un wishful thinking. Si continua a lavorare con la speranza che, prima o poi, che arrivi il fatidico momento in cui si tornerà alla vita «di prima». Ricordate? A febbraio si spostavano gli eventi a maggio, fra marzo e aprile si pensava a giugno, o all’estate, beh, magari a settembre, no, meglio ottobre, adesso si discute di dicembre; o magari la primavera prossima, sempre che nel 2021 si possa davvero...

Per ora andranno in avanscoperta i musei: la loro riapertura sarà un banco di prova. Conterà soprattutto la risposta del pubblico, perché un museo aperto, ma senza visitatori, costa quanto un museo chiuso: anzi, di più, perché aprire significa spese aggiuntive. I visitatori ci saranno? Prevarrà l’amore per la cultura, o il timore del contagio?

Poi dovrebbe toccare allo spettacolo dal vivo. Sarà possibile, nonostante le restrizioni, raggiungere un equilibrio economico sostenibile? E non dimentichiamo che un intero settore, quello dei club e delle discoteche, con migliaia di addetti e un pil importante, al momento non intravvede nessuna fine di nessun tunnel. Una catastrofe nel disastro generale.

Questo va ammesso, senza ipocrisie. Se la precaria quotidianità della «convivenza con il virus» durasse a lungo, il definitivo collasso sarebbe un’infausta possibilità per l’intero sistema economico, ma una certezza per quello culturale.



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