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Firenze, ma il disegno qual è? La ricaduta nel Mangificio
Paolo Ermini
Corriere Fiorentino 21/5/2020

Gira e rigira, Covid o non Covid, a Firenze si casca sempre lì. Sul cibo. Pizze, gelati, tagliate e ribollite. Venghino signori venghino. Ce nè per tutti i gusti. Una considerazione molto amara che vale anche per la decisione della giunta di concedere in estate, e di sera, più spazi esterni possibile a bar e ristoranti. I locali potranno allargarsi, nei casi più semplici basterà una comunicazione, mentre gruppi di esercenti potranno chiedere a Palazzo Vecchio la pedonalizzazione di interi tratti stradali da adibire al consumo notturno. A giugno, luglio, agosto e settembre avremo così un centro storico ridotto a sagra permanente, più o meno di paese, in base a menù e prezzi. Girare in questi giorni per le vie del Quadrilatero dà tristezza. Troppi sono i negozi rimasti chiusi, troppi quelli aperti ma senza clienti. Niente di più e niente di meno di quello che cera da aspettarsi in un centro storico svuotato di fiorentini e prostituito da molti anni alle carovane turistiche, più interessate a fare acquisti, anche di bassa qualità, che a capire la bellezza della nostra città. E la riprova della distruzione del centro operata da una classe dirigente mediocre e irresponsabile sta in quello che sta avvenendo in queste ore nelle nostre periferie, dove la vita è ricominciata, anche se non come prima. Hanno colpito al cuore Firenze e ora si stracciano le vesti perché non sanno come rianimarla. Perché non cè città che possa sopravvivere a lungo alla fuga del lavoro e della residenza dalle sue strade. La pandemia ha provocato un disastro economico. Al tempo stesso ci ha messo di fronte a una verità a lungo sottaciuta o nascosta per mero interesse: il modello del centro a vocazione unica ha dimostrato tutta la sua fragilità oltre ad avere fatto danni gravissimi al tessuto urbanistico, sociale e culturale della città. Sarebbe il momento giusto per ripensare questa città, ricucendo centro e periferie in un unico disegno. Che deve ripartire però proprio dal centro, il buco nero di Firenze. Vuol dire fare la guerra (vera) alla rendita, abbandonare la logica dei resort di lusso e dei più popolari affitti turistici, riportare nel cuore di Firenze funzioni, uffici, aziende. In una parola: lavoro. E lavoro chiama trasporti. Non può essere vivo sul serio un centro scollegato dal resto della città, comè da oltre 10 anni. Sono questi i pilastri di una svolta che si può avvalere anche di una attenta politica fiscale tesa a rimediare alle storture che si sono prodotte sul mercato delle case e dei fondi commerciali e di un recupero di tanti scatoloni vuoti a favore di insediamenti di edilizia abitativa per gente comune.

Ma serve un grande progetto, unico e coerente. Non bastano gli interventi isolati o, peggio, le iniziative spot. Non solo. Il progetto di una Firenze diversa deve partire dalle necessita del presente, anche e soprattutto dalle donne e dagli uomini che più si sono trovati in difficoltà. Ma non ci può essere unazione di contrasto allemergenza che confligga con il proposito, espresso più volte dallo stesso sindaco Nardella, di creare le condizioni di un nuovo modello di sviluppo della città, che tenga insieme identità e innovazione, industria, commercio e turismo, estetica ed efficienza. E allora che senso ha chiedere solo aiuti a pioggia senza lo sforzo di cambiare quello che non ha retto alla prova? E che senso ha trasformare le strade del centro in una mega festa della porchetta (o del rombo in crosta, fa lo stesso) per far recuperare un po dei guadagni perduti, ma avvilendo ancora una volta tutto ciò che non si mangia né si beve.



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