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Lovetto di Venezia, lo spreco come arte civica
Alessandro Russello
Corriere del Veneto 22/5/2020

Che gran peccato toglierlo. Che errore. Sia estetico che etico. Lo scrivemmo anni fa, in uno dei tanti dopo-bufera sul simbolo dello spreco e lo ripetiamo oggi che quel simbolo lo stanno smontando come limpalcatura di un cantiere qualsiasi. Stiamo parlando dellovovia o ovetto del Ponte di Calatrava, costato due milioni di euro e in funzione per una manciata di giorni in una surreale prova di collaudo. I disabili ci salirono per testarlo e rischiarono di morire asfissiati: negli interminabili minuti di attraversamento dentro lovetto, alle temperature estive si cucinava come si stesse sui fornelli a fiamma alta.

Perché lopera era stata costruita per loro, i portatori di handicap: un traghettatore a cremagliera agganciato a lato del ponte al posto del traghetto acquatico da sponda a sponda nel maggior punto di transito a Venezia dalla terraferma e viceversa; il ponte a spina di pesce curvata progettato dal maestro Santiago Calatrava, anchesso, nel gesto architettonico contemporaneo, simbolo di bellezza estetica ma di scivolamento etico e soprattutto fisico visti i materiali usati come base dattraversamento. Passerella di vetro e pietra liscia con gradini-gradoni dal passo falso sui quali autoctoni e turisti con trolley e valigioni in mano da sette anni capitombolano quando piove e nevica. La mancata funzionalità come forma di concessione allestetica che accomuna molti architetti.

Vanità che allepoca non fece difetto al progettista spagnolo naturalizzato svizzero, che di fronte alla comunicazione dellobbligo legislativo di dotare il manufatto di una struttura per i disabili (realizzata dallufficio tecnico del Comune) andò su tutte le furie. Netto il rifiuto del maestro, seguito da un postumo ravvedimento che lo portò ad accettare la realizzazione, ahilui, dellovovia rossa accostata alla sua opera. Scontro seguito dallesito che abbiamo descritto, con surriscaldamento di corpi e quindi di immancabile dibattito politico-amministrativo sfociato alla fine nelle sedi deputate. Ovvero la Corte dei Conti, arresasi pure lei: alla fine la questione si è risolta con un verdetto di assoluzione per tutti e di morte per lunico incolpevole: il monumento allo spreco. Che proprio per il suo monumentale significato non avrebbe dovuto essere smantellato.

Nella Venezia della stratificazione architettonica perché toglierci il privilegio del godimento di questa forma darte in-volontaria e quindi plausibile nel solco della contemporaneità fatta di informale e mode installatorie? Quale straordinaria valenza avrebbe rappresentato la sua dimensione artistica: un totem dello spreco come percorso didattico, una stele all indecenza, alla vanità, alla superficialità, allo spregio nei confronti di chi Venezia se la vede praticamente proibita se è in carrozzina o limitato nei movimenti. Quale artista riuscirebbe a realizzare tutto ciò? Chi avrebbe potuto regalarci questo precipitato estetico di colpe collettive? Quale migliore testimonianza di cortocircuiti da non replicare? Da portarci perfino le comitive ad ammirare questo pezzo unico di museo degli errori allaperto. Così emblematico perfino nel suo abbandono e nella sconfitta, così aggredito dal tempo e dalla quantità di distintivi appiccicati come testimonianza o tributo allo scempio civico.

Una provocazione? Forse. Ma non è larte provocatoria? Lovetto-installazione a futura memoria. Lunico ponte della millenaria storia di Venezia che pur non avendo assolto al proprio compito avrebbe ricordato quanto la città più bella e intransitabile del mondo aveva tentato di rendersi accessibile ai meno fortunati.



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