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Paolo Fabbri, pioniere della semiotica
Paolo Di Stefano
Corriere della Sera 3/6/2020


Molti dicevano che era lui la vera intelligenza teorica della semiotica italiana. Fatto sta che Paolo Fabbri (morto ieri a 81 anni) era stimato dai semiologi-filosofi come Umberto Eco e dai filologi-semiotici come Cesare Segre. È stata una mente unica, anche perché, dalla sua Rimini (dove era nato nel 1939), dopo i primi studi a Firenze, aveva deciso di formarsi a Parigi, dove fu amico di Guattari e Deleuze, lavorò con Barthes, con Goldmann e con il narratologo Greimas (l’inventore del paratesto e delle «soglie»). Non gli bastò essere «adottato», giovanissimo, da Eco nel periodo della grande voga semiotica e linguistica, degli apocalittici e integrati, dei seminari estivi di Urbino, e continuò a vagabondare: insegnando a Parigi, a San Diego, a Toronto, a Santiago del Cile, a Lima. Rientrò in Italia come dirimpettaio di Eco al Dams, sempre pioniere e sempre «inattuale», come amava definirsi con un po’ di snobismo: Bologna, scrisse, permetteva ancora negli anni Novanta una larga prospettiva sul panorama della ricerca.

Intendeva ricerca semiologica, il suo cavallo di battaglia, praticata come impegno, scommessa nel «dire qualcosa di sensato sul senso». Fu in quella scommessa il più francese degli italiani e il più italiano dei francesi, ponendosi all’incrocio tra logica, filosofia del linguaggio, linguistica, rigore testuale e antropologia. Per lui la semiologia proponeva un metodo «a vocazione scientifica», ma soprattutto era (è) rimasta attiva quale forma di utopia e di resistenza politica e culturale (una specie di 68 esegetico). Animato dalla necessità di una vera e propria militanza culturale e semiotica, non si è mai fermato: ha insegnato anche a Firenze, Palermo, Venezia, Roma, ha diretto riviste e collane, è tornato a Parigi tra il 2000 e il 2004 per dirigere l’Istituto italiano di Cultura. Autore di pochi libri, diversamente da tanti suoi colleghi «seriali», concordava con il principio di Barthes secondo cui «il professore è orale e l’intellettuale è un professore che scrive». Sentendosi più professore che altro, ha puntato molto sull’oralità, portandosi dietro moltissimi allievi. Non per nulla Eco lo inserì nel Nome della rosa come Paolo da Rimini, facendone il fondatore della Biblioteca, e attribuendogli l’appellativo scherzoso di «Abbas Agraphicus» per le letture onnivore e per l’avarizia della scrittura. L’anno scorso, guardando la fiction televisiva tratta dal romanzo di Eco, Fabbri era rimasto molto male (e faceva tutti gli scongiuri) nel vedere il nome del suo alter ego Abbas inciso su una lapide cimiteriale.

Il semiologo «onnisciente» Paolo Fabbri era dotato non solo di strumenti finissimi utili a mettere a punto le metodologie (La svolta semiotica, Laterza, è del 1998), a decostruire le argomentazioni, la narratività e i simboli, a soffermarsi su questioni di ermeneutica, ma era anche portato a uscire da ogni seminato, occupandosi, per esempio, del cinema di Fellini (Fellinerie, Guaraldi, è del 2011), della sfera degli affetti e dei sentimenti, come suggeriva Barthes. Per non dire dell’attenzione per la comunicazione politica, per il linguaggio comune, per le strategie delle Brigate Rosse, per le trame del gossip, con ripetute incursioni «inattuali» nell’attualità («Tira aria di revisionismo: non è la semiotica che è superata — diceva — è che siamo tornati indietro, viviamo in un’epoca dominata dal principio di precauzione»). Ovvio che un tipo come Fabbri era più che mai attratto dai meccanismi della traduzione (Elogio di Babele, Meltemi, 2000), in quanto apertura e confronto con l’altro.



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