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La cattiva idea M5S di metter mano all’Egizio dove le cose funzionano
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera - Torino 3/6/2020

Magari per fare posto a qualche genio incompreso

Pensatela come vi pare, sui signori e le signore che da quattro anni governano Torino: nessuno comunque gli può negare un coraggio da leoni. O una fenomenale faccia di tolla.

Perché ci vuole senz’altro un coraggio da leoni, o una gran faccia di tolla, per uscirsene, all’indomani dello scandalo del Regio, con dichiarazioni come quelle partorite dalla capogruppo M5S in Consiglio comunale Valentina Sganga a proposito dell’idea di abolire il limite dei due mandati per la carica di presidente del Museo Egizio, così da confermare per la terza volta in quel ruolo Evelina Christillin, e mantenere per altri quattro anni l’accoppiata vincente con il direttore Christian Greco. Un dinamic duo che ha fruttato la stagione più bella del Museo, e appare oggi salvifico in vista del dopo Covid, quando si dovrà tirar fuori l’Egizio dal pantano dei cinque milioni di perdite conseguenti al lockdown.

L’ipotesi del terzo mandato è condivisa da quattro quinti dei soci fondatori del Museo — Regione, MiBact, Fondazione Crt e Compagnia di San Paolo — e persino da Appendino. Ma ormai la sventurata Chiarabella parla solo a titolo personale, in direzione ostinata e contraria alla sua maggioranza. Difatti a nome dei cinquestelle duri&puri si è scatenata la Sganga, con lapidarie parole a inappellabile condanna del deviazionismo appendinano: «Norme ad personam che invalidano un giusto principio di rotazione per noi sono irricevibili». No pasaràn.

L’astuta Sganga fiuta il rischio che le forze della reazione si coalizzano contro i paladini del limite dei due mandati — a meno che non si tratti dei mandati loro, chè in tal caso le eccezioni sono ammesse pur di preservare al servizio del Paese eminenti statisti quali Di Maio o Appendino.

In effetti, se la modifica dello statuto andasse al voto, il Comune potrebbe ritrovarsi ad essere l’unico contrario, costretto a ingoiare il rinnovo di Christillin in forza del parere favorevole di Regione, MiBact e fondazioni. Ciò indigna l’indignata speciale Sganga: «Sarebbe un’evidente forzatura, vista la contrarietà della Città di Torino».

Ecco il coraggio da leoni (o faccia di tolla): chissà se la Valentona conserva memoria di quando la capa Appendina piazzò il loro protegé Graziosi al Regio, imponendolo al Consiglio d’indirizzo di quel devastato teatro con la risicata maggioranza di 4 sì e 2 no, mentre il rappresentate della Regione, pur di evitare un conflitto diretto con il Comune, preferì lasciare la riunione anziché prostrarsi alla prepotenza appendiniana. Quella non fu una forzatura, vero? Quello fu il trionfo della vera democrazia, della volontà del popolo e soprattutto di Appendina e i suoi coboldi, vero Valentona? E vogliamo parlare ancora della direzione del Museo del Cinema?

Un cinico scorgerà nella vicenda, al di là delle dichiarazioni di principio, i sintomi della faida interna tra cinquestelle, con l’ala radical sempre più ansiosa di sfiancare la Sindaca Devizionista a colpi di dispettucci; e di spedirle un messaggio trasversale, visto che Chiarabella smania dalla voglia di ricandidarsi (con quali speranze lo sa solo lei) in deroga appunto al dogma dei due mandati. Insomma, si colpisce l’Egizio per ammonire Chiarabella. Tecnica già collaudata in altri contesti, e sempre efficace. D’altronde non mi sembra casuale che un’altra capataz grillina, la consigliera regionale Frediani, l’altro giorno abbia scritto su Fb, in toni per nulla sfumati, che sul tema della Tav l’Appendino farebbe meglio a starsene zitta. Dagli amici la guardi iddio, la Chiarabella ferita: tanto i nemici manco più la considerano.

Così la pensano gli osservatori più acuti della politica torinese. Ma a me piace credere che le parole della Sganga siano in realtà ispirate non da beghe di bottega, bensì dal sentimento, profondamente sabaudo, della sacralità del lavoro. Quel sentimento delle cose ben fatte, curate e perfezionate fin nei minimi dettagli. Non lasciate a metà, da sciattoni.

Lo vedete anche voi: mancano pochi mesi alle elezioni, e resta ancora tanto da fare. In quattro anni di dura fatica e diuturno impegno quei laboriosi topolini hanno stroncato la Fondazione Musei cacciando dalla presidenza una manager spigolosa ma di valore internazionale come l’Asproni per rimpiazzarla con il pacioso e ininfluente sor Cibrario, e tagliandogli pure i fondi, giusto per amore del particolare ben tornito; hanno devastato il Museo del Cinema defenestrando una delle più eminenti figure del mondo cinematografico italiano, Alberto Barbera, per imporre il fidato Mimmo De Gaetano, e non dico altro; infine hanno fatto carne di porco del Teatro Regio imponendo alla sovrintendenza William Graziosi, salvo poi, la stessa Chiarabella, commissariare lo sciagurato teatro a espiazione dei peccati del mondo, e soprattutto propri.

Ora ai laboriosi topolini non resta che spianare l’Egizio entro la fine della consigliatura. Che poi non salti su qualcuno a dire che in un quinquennio non hanno combinato niente di concreto.

Me lo confermano le parole stesse dell’amareggiata Sganga, che stigmatizza l’eventuale permanenza della Christillin all’Egizio in quanto, testuale, «è stata scartata l’idea che si apra a qualcuno di nuovo che abbia dalla sua studi e competenze pur senza vantare un nome di spicco». E a spalleggiarla arriva la mitica Frediani: «Anche un precario deve poter aspirare a quel ruolo». Si vede che, prima che cali il sipario, gli resta ancora da sistemare qualche altro genio incompreso e bisognoso. Giusto per completare l’opera, e spargere il sale sulle rovine.



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