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Le opere dei musei: va bene restituirle alle chiese, con qualche avvertenza
Pietro De Marco
Corriere Fiorentino 4/6/2020

La proposta del direttore Eike Schmidt, oltre che coraggiosa, come si è detto, ha una sua rilevanza che va oltre una contingente provocazione a discutere. Per la Madonna Rucellai in particolare, la discussione potrebbe tramutarsi subito in un procedimento di (doverosa) restituzione. Trattenuta agli Uffizi dal 1948, poi restaurata, lopera è venuta a costituire negli anni una componente importante dell insieme (che tutti abbiamo amato, allora, 1957) delle Sale dei primitivi, dovute a Gardella, Scarpa e Michelucci. Un insieme di culto per gli amatori, tacitamente inteso ne varietur , anche se negli ultimi ventanni si era aperto qualche varco (relativamente a Duccio). Non ho i dati a portata, né uno strumento di consultazione adeguato. Ma pare certo che la tavola sia entrata nel patrimonio dello Stato con la liquidazione dellasse ecclesiastico (leggi del 1866-1867, che colpirono gli enti religiosi, di fatto mirando ai patrimoni, e forse a liquidare anche lesistenza, dei grandi ordini). Nel 1948, passando agli Uffizi, non ha fatto altro che spostarsi da un luogo ad un altro dellunica proprietà demaniale. In effetti restituzione può suonare equivoco: per questa, come per altre opere di provenienza dagli ordini religiosi, si tratterebbe in realtà di un trasloco di rientro. Nessuno allude infatti, credo anzitutto Eike Schmidt, a una restituzione-cessione allordine domenicano, o genericamente alla Chiesa. Penso il peggio della eversione(così fu designata aggressivamente) dei patrimoni della Chiesa, per come fu concepita e condotta, e non era la prima (Pietro Leopoldo, Napoleone). Senza ignorare, per questo, che vi sono effetti imprevisti (positivi) anche del peggio: non lincameramento come tale, ma la musealizzazione di tanta parte del patrimonio degli ordini religiosi maggiori e minori, ha ottenuto effetti conservativi (e di conoscenza-studio e di accessibilità) che la proprietà originaria non avrebbe sempre potuto, forse neppure voluto, garantire. Ma la pretesa giuridizionalistica (assunta dal nuovo Stato) di disporre liberamente per uno stato di necessità finanziaria (dopo Custoza) tutto riversato sulla Chiesa del patrimonio ecclesiastico, mi dà sempre scandalo. Appropriarsi nei secoli di una ricchezza fatta di donazioni dei singoli e del popolo, resta una decisione legale ma di dubbia legittimità, che in altri secoli avrebbe provocato durissime censure della Chiesa (interdetto) e rivolte popolari. Non tutti amano ricordare, poi, che la vertenza, comunque tenuta aperta dalla Santa Sede, fu chiusa col Documento finanziario del 1929, una delle tre parti costituenti i Patti Lateranensi, che di comune accordo risarcisce la Chiesa di quellenorme, vendicativa (in effetti di inquietante profilo giuspubblicistico) spoliazione. Questo dato pattizio permette anche, dal 1929, di considerare i beni ecclesiastici incamerati dallo stato dopo il 1866 come legittimamente acquisiti al patrimonio pubblico; sempre che i Patti Lateranensi, stipulati da un governo legittimo, siano in perpetuo rispettati (le erogazioni economiche permanenti, quali la congrua, ora il più debole otto per mille). Pacta sunt servanda. A che queste premesse? Il ritorno di alcune opere darte, di massimo rilievo, da Musei ai luoghi sacri da cui furono asportate nellesecuzione delle leggi di eversione, è salvo eccezione il trasferimento di un bene che riguarda un unico proprietario, lo Stato italiano. Così nella decisione non meno che nella scelta della destinazione, negli oneri non meno che nei beni attesi dal provvedimento. Dunque laccantonamento geloso negli spazi museali o archivistici di questi beni, da parte di Direzioni, sovrintendenze e analoghi, parrebbe cosa daltri tempi. Nessuna residua vis anti-ecclesiastica nei funzionariati ministeriali o nelle Sovrintendenze dovrà opporsi ad una restituzione delle opere darte per finalità come quelle intraviste da direttore Schmidt. Ultime e conseguenti, due delicate questioni. La prima. Lopera è restituita a una chiesa non patrimonialmente ma come atto di cultura, in memoria dellantico arredo che lha vista splendidamente lì per secoli. E si è detto chiaramente che le restituzioni sarebbero fatte anche per decongestionare i poli maggiori, per alimentare le reti museali esterne. Ora una chiesa-edificio è un organismo vivente (preghiera, culto) i cui ritmi non sono quelli del turista nome che pronunzio con rispetto, non fossaltro perché sono stato turista in chiese e musei per tutta la vita, e sopporto male gli aristocratici che non amano le plebi di fronte alle opere darte. Si può temere, però, in alcune grandi chiese uno sbilanciamento (eccessivo, poiché vi è già) tra le due funzioni, sacra ed estetica-turistica. La seconda. La restituzione, comunque, è affidata (nella figura del parroco, del rettore) alla Chiesa come alla mediatrice della devozione e del culto dei fedeli. Lopera è restituita, dunque, alla sua natura prima, e a lungo unica, di sacra presenza in quel luogo della Città di Dio che è nei cieli. Sono il clero, i laici delle comunità parrocchiali, allaltezza di questi possibili, insperati, ritorni a sorgenti di devozione e grazia? Di tale, primaria, valorizzazione faccio, ne farò, carico non secondario alla Chiesa, se le restituzioni-ritorni di cui parliamo avverranno. Per parte mia, non resta che iniziare (sicuramente tra molti ostacoli) a dar corso allidea di Eike Schmidt. Contando anche sulla grande sensibilità del nostro Arcivescovo.



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