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Torino. «Venticinque anni fa si pensava solo allo sviluppo. Ora il domani della città si gioca sull’ambiente»
Gabriele Guccione
Corriere della Sera - Torino 13/6/2020

Parla l’architetto Cagnardi, padre del piano del 1995

«Quando venticinque anni fa disegnammo il piano regolatore ci trovavamo alla vigilia della chiusura della Fiat e si era tutti concentrati sullo sviluppo economico della città. Ora bisogna avere il coraggio di immaginare per Torino una condizione urbana diversa, innovativa, che metta al centro l’ambiente». Sono parole di Augusto Cagnardi, 83 anni, padre con Vittorio Gregotti di quel piano regolatore del 1995 che la giunta Appendino si appresta a revisionare proprio partendo dall’idea di una città forse più ristretta (pensata per 100 mila abitanti teorici in meno) ma votata a un futuro «verde».

Architetto, secondo lei ha senso rivedere al ribasso, da 1,2 a 1,089 milioni, il numero di abitanti che voi, alla fine degli anni Ottanta, avevate immaginato per Torino?

«I numeri generali contano fino a un certo punto. La città non è un recipiente chiuso, ma una grande costruzione che vive, cresce e si restringe a fasi. L’importante dunque è come, dove e cosa si opera. E non lasciare che le contingenze storiche, sociali ed economiche attuali limitino le possibilità future».

Bisogna insomma non chiudere nessuna porta, immaginare un piano «fluido», aperto?

«Leggere oggi le prospettive della società è difficile, le variabili sono molte, e non sempre dipendono da fattori dominabili a livello locale, bensì a livello globale. Quanti abitanti teorici immaginiamo per la Torino dei prossimi decenni? Dare una risposta non è semplice».

Ammetterà che il piano del 1995 puntava ad avere un effetto espansivo sull’economia?

«Allora il primo problema era quello dello sviluppo economico. Ci si preoccupava di che cosa sarebbe accaduto dopo la chiusura della Fiat. C’era chi temeva che rappresentasse la morte della città. Così, però, non è stato: Torino non è crollata, si è aggiustata. E ha trovato nuove produzioni, nuove vocazioni. In Cina, dove ho lavorato a lungo, ho imparato una cosa che non mi sarei mai aspettato di sentirmi dire in un Paese dove le città hanno 20 milioni di abitanti».

Che cosa?

«Che la prima questione da affrontare oggi è quella dell’ambiente, non quella dello sviluppo economico».

E nel disegno di una città questo che implicazioni ha?

«Non si tratta di pensare a fare un cortiletto vicino a ogni grattacielo, ma di porre l’ambiente al centro per costruirci attorno l’intero impianto della città».

E il resto: il lavoro, il rilancio dell’economia?

«Lo sviluppo verrà di conseguenza. Non si può preordinare che qualcuno arrivi dal nulla e impianti una nuova fabbrica; questa è una visione superata, non funziona più così. Il primo punto dell’agenda di una città “nuova” dev’essere l’ambiente. Da questo deriverà tutto il resto, a cominciare da un innalzamento del livello della qualità della vita».

E questo farà diventare la città più attrattiva?

«Certo, perché gli uomini e le donne che vivono la città non si limiteranno a dire: “Non c’è lavoro”. Saranno contenti di abitare un luogo dove la qualità degli spazi, del verde, dei servizi, della mobilità è alta».

È una sfida che secondo lei fa per Torino?

«L’importante è che questa di un piano regolatore incentrato sull’ambiente non resti una generica affermazione d’intenti. Ma che trovi un’attuazione concreta. Il problema non è prevedere sulla carta 100 mila abitanti in più o in meno, ma cambiare la condizione ambientale di ciò che esiste. Mi piacerebbe molto che Torino diventasse capofila in Italia di questa nuova prospettiva».



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