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Gli uffici degli Uffizi si spostano e vanno nelle prigioni medicee
Chiara Dino
Corriere Fiorentino 18/6/2020

Finita l’era di via della Ninna. Nei nuovi locali le scritte dei detenuti dei granduchi

Uffizi ala di Levante. Sopra la stazione dei carabinieri, affacciati sul Lungarno Anna Maria dei Medici stanno per arrivare tutti gli uffici amministrativi della Galleria. Via da via della Ninna che ha dato il nome a tre generazioni di storici dell’arte e dove, da fine Ottocento, sono state accentrate le decisioni della Soprintendenza e dei vertici delle istituzioni museali in città. Al loro posto verranno allestiti l’uscita, il guardaroba e il bookshop della Galleria. Gli Uffici di Eike Schmidt e del dipartimento di architettura degli Uffizi che si sposteranno in un’area grande 1.120 metri quadrati, in parte ricavata nel settecentesco palazzo Veliti e in parte nel complesso vasariano, sono pronti: ora si tratta di predisporre il trasferimento durante questa estate — si parte a giorni e ci vorranno un paio di mesi — che coinvolgerà circa 50 persone.

Si tratta di una rivoluzione dall’alto valore simbolico che restituisce però un pezzo di storia della città. Perché nell’area dove avrà la sua postazione il direttore, proprio sopra uno degli ingressi del museo e sotto la sala del Caravaggio, al mezzanino, ci sono due piccole stanze. Soffitti bassi, e pochissima luce che sembra arrivare da feritoie, queste sale hanno ospitato tra le fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento delle prigioni medicee. Le vicende, i nomi, i reati di chi qui soggiornò, sono tutti da studiare. Ma il materiale c’è: perché incise a parete ci sono parole, date, imprecazioni, forse paure scritte da chi qui è stato detenuto. Sono come dei graffiti. In un paio si scorgono due date: «1593» e «1609». In un altro la parola «morto». In un altro ancora una frase che sembra rimandare alla persona imprigionata. Un certo: «Canucci detto Re di Francia. Impazzato». «Il che fa pensare — spiega l’architetto Antonio Godoli — che si trattasse di qualcuno che pensava di essere il sovrano della Francia e per questo era ritenuto pazzo».

La suggestione di queste scritte, va da sé, è solo l’inizio di un percorso che, auspichiamo, ci porterà a conoscere qualcosa in più di questo luogo e della gente che qui, va precisato, pare abbia sostato per brevi periodi, forse pochi giorni. Questa è almeno l’idea che ci suggerisce ancora Godoli che aggiunge: «Queste due stanzette al mezzanino erano collegate, al Tribunale della Mercatanzia che stava subito sotto, e al Palazzo dei Giudici attuale Museo Galileo. Si trattava probabilmente di stanze dove i detenuti stavano in attesa di giudizio». Di più per il momento non si conosce. Se non che lì accanto, c’è il Palazzo dei Veliti — anche questo ospiterà parte degli uffici — che nel Settecento, ospitava la guardia dei Granduchi di Lorena.

Altro elemento non da poco in questa rivoluzione è la valorizzazione dell’ingresso da cui si accederà in quest’area deputata a ospitare i funzionari del museo. Si tratta di un portale in pietra, attribuito all’Ammannati, che si affaccia sul vecchio vicolo dell’Oro, una viuzza oggi chiusa da un cancello che divide il museo Galileo dal braccio a est degli Uffizi, quello che si affaccia sull’Arno col vecchio torrione. Quanto a Schmidt, il suo ufficio sarà collegato alla parte museale, nella sala del Caravaggio, attraverso un piccolo passaggio semisegreto.



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