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Tuscia. La Battaglia del Paesaggio
Rosa Filippini
Emergenza Cultura, 25/06/2020

Sembrava cosa fatta la trasformazione di 250 ettari di paesaggio rurale di grande pregio della Tuscia in uno degli impianti fotovoltaici più grandi del mondo. Invece il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si è opposto e ha avuto ragione. Ora, con l’opposizione al megaimpianto eolico di Rimini, si fa sempre più duro – e per fortuna più visibile- lo scontro fra chi vuole pale e pannelli a tutti i costi e chi non intende lasciar distruggere il paesaggio e si impegna invece a favore di politiche più efficaci contro il cambiamento climatico.

Struggente Tuscania

L’11 giugno 2020, il Consiglio dei Ministri ha accolto l’opposizione del Ministro per i Beni e le Attività Culturali avverso due autorizzazioni della Regione Lazio alla realizzazione di impianti fotovoltaici in località Pian di Vico, nel comune di Tuscania (VT) e in località Campomorto e Canino, nel comune di Montalto di Castro (VT).

Del progetto di Pian di Vico questo giornale ha trattato più volte (Struggente Tuscania e Metteteli sul tetto) in considerazione del particolare pregio del paesaggio agricolo della Tuscia, delle dimensioni dell’impianto che avrebbe distrutto 250 ettari di territorio agricolo e boscato, e della singolare arroganza con cui la Regione Lazio aveva ignorato ogni obiezione al progetto, anche quelle provenienti dai suoi stessi uffici.

Infatti, nell’ambito della Valutazione di Impatto Ambientale di competenza regionale, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale aveva espresso parere negativo per l’impatto sul paesaggio archeologico (insediamenti e necropoli etruschi e romani del Fosso Arroncino di Pian di Vico) e storico (casale settecentesco di Pian di Vico, torre medievale di Castel d’Arunto, borgo e chiesetta medievali di San Giuliano) della Tuscia.

Anche la Direzione generale delle Politiche abitative e la Pianificazione Territoriale, Paesistica e Urbanistica della Regione Lazio, sempre nell’ambito della procedura di VIA, aveva rilevato il grave impatto sul territorio del progetto che risultava in contrasto con l’obiettivo strategico di riduzione al minimo del consumo del suolo affermato anche dal Piano energetico regionale.

Nonostante ciò, nel febbraio 2019, la Regione Lazio, D.G. Politiche ambientali e Ciclo dei rifiuti, Area Valutazione di impatto ambientale, aveva concluso positivamente la procedura di V.I.A.

L’opposizione formale al provvedimento, posta dal Ministero per i Beni e Attività Culturali – Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, ha portato alla decisione finale – negativa – da parte del Consiglio dei Ministri, una decisione che non potrà non costituire un precedente rilevante.

Nel frattempo anche le comunità locali della Tuscia hanno rafforzato le proprie difese contro progetti di simili dimensioni. A fine maggio, il Consiglio Comunale di Tuscania ha deciso di porre un tetto del 3% al territorio destinabile alle energie rinnovabili, percentuale rapportata all’area cosiddetta “libera” ovvero destinabile a questi usi. La delibera è in linea con una legge regionale approvata nel febbraio scorso ed è stata adottata, come esempio di buona prassi amministrativa, dal Consiglio dei 19 Sindaci dell’Area Interna Alta Tuscia – Antica Città di Castro.
Sovrintendenze sotto attacco

La decisione del Consiglio dei Ministri ha rappresentato una gradita sorpresa per Assotuscania, per gli Amici della Terra e per gli altri ambientalisti che si sono battuti contro i progetti di Tuscania e Montalto di Castro ma non doveva essere inattesa da parte delle lobby che perseguono l’installazione di fotovoltaico ed eolico ad ogni costo.

Solo così si spiega una lunga stagione di attacchi alle strutture di tutela e di valutazione ambientale da parte delle associazioni dei produttori di elettricità intermittente e dei loro fiancheggiatori, comprese alcune associazioni ambientaliste, avallati spesso dal mondo dell’informazione. Così non si è esitato a parlare di “morbo delle sovrintendenze” e a scambiare la tutela di beni indisponibili con i veti e i ritardi della burocrazia e con l’irresponsabilità della politica che pesano su settori ben più significativi della vita economica e sociale del paese.
“Semplificazione” ?

Questi soggetti non hanno trascurato alcuna sede – convegni, audizioni presso il Parlamento, da ultimo gli Stati generali di Villa Pamphili – per pretendere dal Governo e dal Parlamento una speciale “semplificazione” delle procedure autorizzative, e… solo per questi impianti. Così, a meno di ripensamenti, nell’annunciato decreto legge “semplificazioni”, avremo una speciale procedura di VIA per le fonti rinnovabili, con uno speciale comitato, uno speciale corridoio autorizzativo e così via. Giusto per “semplificare”, avremo speciali doppioni di tutte le strutture di valutazione esistenti.

Ma, nonostante le pressioni sulla classe politica e sull’opinione pubblica per far credere che gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 saranno raggiunti con la moltiplicazione di pale e pannelli, la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti.
Pale e pannelli. Quanto producono e quanto costano.

Al termine della prima fase di attuazione delle politiche europee contro i cambiamenti climatici, sono stati installati impianti di fonti rinnovabili elettriche intermittenti per circa 31,9 GW con un investimento complessivo di non meno di 200 miliardi di euro sotto forma di incentivi che i cittadini e le imprese pagano (e pagheranno almeno fino al 2030) con le bollette elettriche più care d’Europa. Qualcuno ha notato che si tratta dell’investimento più cospicuo dal dopoguerra, più importante addirittura dei fondi spesi dalla cassa per il Mezzogiorno.

Il risultato di tanto sforzo, rimane modesto. Nel bilancio energetico del 2018, infatti, l’energia eolica ha coperto l’1,27% rispetto ai consumi finali di energia (121,5 Mtep) mentre il solare fotovoltaico ha coperto l’1,6%. Infatti, per ogni megawatt installato, il fotovoltaico, in Italia, ha lavorato, nel 2018, mediamente per 1100 ore, l’eolico per 1700 ore, mentre l’idroelettrico, in quanto non intermittente, per 2300 ore.

Con il 3,3% rispetto ai consumi totali, la fonte di energia elettrica rinnovabile più importante e affidabile continua ad essere quella dei grandi bacini idroelettrici che, per inciso, non hanno ricevuto nemmeno un euro di incentivo per la loro manutenzione straordinaria che, invece, se fosse effettuata, potrebbe dare importanti risultati in termini di maggiore produttività.
Il gigantismo a Rimini, sotto gli occhi di tutti

Ma se i risultati delle rinnovabili intermittenti, ai fini della riduzione delle emissioni climalteranti, restano modesti – modestissimi se li confrontiamo con il rapporto costo-beneficio dell’efficienza energetica e dell’uso razionale dell’energia – le dimensioni dei loro impianti diventano sempre più impressionanti. Il progetto eolico offshore da 330 MW, da realizzare su un’area di 114 kmq al largo dei comuni di Rimini, Riccione, Misano Adriatico e Cattolica, prevede una sessantina di aerogeneratori alti 215 metri a una distanza dalla costa compresa tra 5,4 e 12 miglia nautiche.

Non sappiamo prevedere se questo impianto sarà realizzato. Il suo progetto però ha già manifestato un grande pregio: sta rendendo visibile a milioni di cittadini e turisti che frequentano la Riviera l’impatto sul paesaggio che avrebbero le grandi torri eoliche e consente di liberare un dibattito finora confinato agli addetti ai lavori. E, con un pubblico più vasto di quello che frequenta i crinali delle zone interne, sarà più difficile irridere, tacitare e isolare i difensori del paesaggio.

https://emergenzacultura.org/2020/06/25/la-battaglia-del-paesaggio/#more-10265


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