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Cultura, Torino capitale europea ma serve lecosistema favorevole
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera - Torino 6/7/2020

Al momento di tirare le somme, un merito andrà riconosciuto allamministrazione Appendino: aver avviato il percorso verso uneventuale candidatura di Torino a Capitale europea della Cultura nel 2033.

Non ci sono arrivati subito: sulle prime ambivano al titolo di Capitale italiana delle cultura 2021 (più fruttuoso in prospettiva elettorale) e cè voluto del bello e del buono a spiegargli che tra le due candidature passa la stessa differenza che cè fra Messi e Lapadula. Ma alla fine lhanno capita e hanno aperto il cantiere. Adesso gli incontri in Commissione si susseguono, sono stati ascoltati addirittura alcuni competenti; e un po di presidenti di Circoscrizione, sia mai che poi si sentano esclusi.

Al momento il dibattito (o brainstorming come è stato ottimisticamente definito) non esce dal modesto cabotaggio del parolaio corrente, con nobili disquisizioni su quale cultura vogliamo e infiniti appelli alla partecipazione, al ruolo dellassociazionismo, alla valorizzazione delle risorse dal basso, al protagonismo giovanile e, ci mancherebbe, al ruolo delle biblioteche.

Ciò è molto bello, ma si perde di vista la realtà delle cose. Per aspirare al titolo di Capitale europea della Cultura non basterà affastellare un tot di grandi eventi scintillanti: in tal caso, Montecarlo vincerebbe a mani basse ogni anno. Però neppure una schiera di associazioni di quartiere, teatrini off, protagonisti govanili assortiti, artisti di strada e artisti incompresi costituirebbe di per sé un robusto viatico alla candidatura torinese. Ma credo sia fatale: sinora siamo alle ciance, alle parole in libertà. Poi, si spera, qualcuno comincerà a pensarci sul serio. E a quel punto, prima dogni altra e alta filosofia, servirà una base su cui costruire il progetto. Servirà lambiente favorevole. Un ecosistema che paragono a quello della foresta, dove ai piedi dei grandi alberi trionfa una fitta vegetazione (il sottobosco, detto in senso tecnico e non denigrativo) in simbiotico rapporto con quegli alberi da cui riceve e a cui dà alimento.

Un tempo, questo a Torino è accaduto, o stava per accadere. Poi è arrivata la desertificazione, perseguita con diverse strategie, e un comune esito, prima da Fassino, che ha esaltato gli alberi i grandi eventi, le grandi istituzioni a scapito del sottobosco; e quindi da Appendino che, in ossequio al credo del Movimento e alle aspettative dei suoi elettori, oltreché allurgenza di sistemare un discreto numero di postulanti, ha esaltato (a parole) il sottobosco, provvedendo (nei fatti) ad abbattere le piante dalto fusto.

Dopo quattro anni i risultati son quelli che sono. Non si apprezzano sensibili miglioramenti nelle condizioni generali della creatività di base: proclami molti, provvidenze economiche forse un pizzico più generose (ma non ne sono certo) rispetto allera fassianiana, risultati concreti scarsini. Come nella metafora di Orson Welles (In Italia sotto i Borgia hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto cinquecento anni di pace e democrazia, e che coshanno prodotto? Gli orologi a cucù), negli anni felici di Chiarabella Torino ha prodotto soltanto qualche orologio a cucù: non un nuovo Tff, non un nuovo Salone del Libro o una nuova Artissima; manco e mi voglio rovinare un nuovo Jazz Festival. Nel migliore dei casi hanno pacioccato sullesistente, con esiti discutibili.

In compenso si è proceduto di buona lena alla deforestazione. E non solo tagliando finanziamenti capocchia. Con il pretesto di rimediare agli errori veri o presunti degli odiatissimi esperti, Chiarabella & Co hanno messo il fior fiore delle grandi istituzioni culturali torinesi nelle mani di simpatici dilettanti, o di personaggetti dincerta virtù. Quasi sempre va detto con il colpevole silenzio-assenso degli altri players, Regione e fondazioni bancarie, che ci hanno impiegato un bel po prima di capire la situazione e arginare lassalto a cadreghe e relativi benefit.

Morale: abbiamo lEgizio salvo per miracolo; il Regio sullaltalena di un ipotetico commissariamento utilizzato come arma di distrazione di massa; il Museo del Cinema affidato a un direttore i cui meriti sono noti solo a Chiara Appendino; nessun direttore a Palazzo Madama; un direttore di passaggio alla Gam; una Fondazione Musei che naviga a vista e senza prospettive. Tira aria di sbando, ovvìa. Il Tff ha un direttore bravo, ma ciò suscita dannose gelosie interne alla Mole. Lovers barcolla dopo anni di contorsioni originate come al solito da manovre politicanti. Quanto allo Stabile, il direttore e deus ex machina Filippo Fonsatti è da tempo alla ricerca di nuovi liti, e pare che stavolta riuscirà a trasferirsi al Piccolo di Milano, aprendo unaltra falla nel nostro sistema culturale.

Tralascio, nellelenco delle vittime, i caduti minori. E a fronte di tutto ciò, neppure i segnali di una cultura originale che unisca scienza e umanesimo vengono ben compresi da decisori politici che in materia dinnovazione non vanno molto al di là di droni e monopattini.

Ora: sono lieto che in Municipio discutano di Torino Capitale europea della Cultura 2033. Ma, se vorrà proseguire verso quellobiettivo, chi in futuro amministrerà Torino dovrà farsi carico di unimmane opera di ricostruzione soprattutto morale del tessuto culturale della città, per restituire alle istituzioni oggi umiliate dignità, rispetto, autorevolezza. Non sei credibile quando le tue massime espressioni culturali sono ridotte a zimbello nazionale e internazionale. Serviranno persone capaci, esperte, autorevoli; dovremo tornare ad essere una città attrattiva, che non scaccia i suoi talenti e anzi ne sa attrarre anche da fuori.

Una politica che assecondi le pratiche virtuose senza imporre le proprie libidini invereconde riuscirebbe forse a rigenerare lecosistema, riconoscendo a ognuno il ruolo che merita per le sue capacità, e non in base alle necessità - per quello cè già il reddito di cittadinanza - o alle benemerenze politiche. Poi, soltanto poi, si potrà cominciare a parlare di una Torino capitale della cultura.

Ovviamente dubito che una politica simile sia possibile. Ma poco mimporta, tanto nel 2033 non ci sarò.



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