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Napoli. «Maria di Venosa, il San Carlo produca l’opera di d’Avalos»
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 17/7/2020

Il mistero del teschio d’Avalos raccontato ieri in esclusiva dal Corriere del Mezzogiorno allunga l’antologia di «storie e leggende napoletane» con una pagina tutta da scrivere. Per secoli la «capuzzella» è stata sui grandi armadi che custodivano le carte di famiglia oggi all’Archivio di Stato di Napoli. Per ricomporre l’unitarietà del tutto, cui i d’Avalos hanno sempre dato grande rilievo, il principe Andrea ha donato oltre alle antiche scaffalature anche questo totemico reperto salvato dal rocambolesco sfratto dal palazzo di via dei Mille ora nelle mani della Vasto srl.

Dopo l’interruzione a causa della pandemia - il cantiere era appena stato aperto per la bonifica degli ambienti - i lavori sono ripresi e, come conferma il soprintendente ai Beni archeologici e paesaggistici Luigi La Rocca «proseguono e sono sempre alla nostra attenzione». Il Mibact, infatti, attraverso l’ente territoriale deve sorvegliare soprattutto su un punto: il restauro sia realmente conservativo rispettando ambienti e stucchi, quadrature e dettagli di tutta l’ala del piano nobile. Questo il vincolo imposto dal direttore generale del Mibact Salvatore Nastasi ai Ferlaino. Sotto la lente della soprintendenza c’è anche il famoso boschetto delle camelie: «Anche su quello sorveglieremo con attenzione».

Calcinacci e detriti, l’orchestra del cantiere va in scena in quelle sale in cui Francesco d’Avalos trascriveva le note emanate - secondo la testimonianza del principe Andrea riportata ieri su da queste pagine - proprio dal teschio del «cavaliere sconosciuto» ora all’Archivio di Stato in attesa di essere sottoposto all’analisi del carbonio 14. Ed è proprio la direttrice della «casa delle storie» a lanciare una proposta: «L’opera Maria di Venosa fu commissionata a Francesco d’Avalos dal San Carlo. Ci fu poi un cambio di vertice e il successore non ritenne più valida quella committenza. Per il musicista fu un dolore e l’opera andò in scena a Martina Franca. In questa partitura, come ha raccontato con grande suggestione il principe Andrea, e come so anche da altre fonti dell’ambiente musicale, c’è una parte, un madrigale, che sarebbe stato dettato proprio dal teschio d’Avalos al compositore. Perché il San Carlo - così innovativamente guidato oggi da Stephane Lissner - non prende in considerazione l’ipotesi di mettere in scena la Maria di Venosa che oltre ad aver ricevuto ottime critiche è anche dedicata a un personaggio di grande fascino della cultura meridionale ed europea?». Certo, qualora l’idea piacesse al nuovo sovrintendente, la produzione dell’opera sarebbe davvero interessante per molti motivi: un risarcimento postumo a Francesco d’Avalos, un’esecuzione inedita per Napoli che, tanto per Maria d’Avalos quanto per il suo discendente Francesco, fu scenario di vite tutt’altro che ordinarie. Ma forse il motivo che appare più accattivante è il dialogo che la realizzazione di ipotesi potrebbe tessere tra le varie istituzioni culturali le quali, a vario titolo, custodiscono con la memoria dei d’Avalos quella dell’Europa e del Mezzogiorno.

«Se il San Carlo dovesse accettare la proposta - conclude Carrino - prometto di prestare il teschio d’Avalos per la scenografia».



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