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Napoli. Cè il progetto sul bosco dAvalos. Evitiamo diventi un parcheggio
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 30/7/2020

Un appuntamento sul pianerottolo in pieno lockdown per il passaggio di un materiale molto prezioso. Luigi Picone, classe 1937, architetto e per molto tempo ordinario di Architettura del paesaggio e del territorio, seguendo sul Corriere del Mezzogiorno il lungo racconto del caso dAvalos e gli articoli sullantico giardino con le proposte del Comitato di Portosalvo e Gazebo Verde, decide di aprire i cassetti e tirar fuori un progetto di recupero del cosiddetto Boschetto delle camelie, annesso alla nobile dimora di via dei Mille, presentato alla soprintendenza negli anni Novanta.

Ne informa la storica dellarte Mimma Sardella - già direttrice di Palazzo Reale e oggi coordinatrice regionale dellInternational councils of museums Italia - che al Mibact si era occupata del Palazzo e sanciscono il patto delle camelie: io (Picone) ti consegno il progetto e altri studi dei miei dottorandi, dalla struttura alle essenze del giardino, tu (Sardella) lo consegni al soprintendete Archeologico e ai beni paesaggistici Luigi La Rocca affinché sia utilizzato per la tutela e il restauro conservativo imposto dal ministero, grazie alla persistente campagna del Corriere .

Così con mascherina e guanti sono andata dal professore, ho ricevuto il plico e lho consegnato al soprintendente La Rocca che lo ha accolto con molto entusiasmo. Del resto il progetto era stato già approvato - salva la necessità di qualche modifica - dal suo predecessore Giuseppe Zampino racconta Sardella.

Partiamo dapprincipio. Ora che il Palazzo non è più nelle mani del principe Andrea dAvalos, ma in quelle della Vasto srl della famiglia Ferlaino, qual è il rischio concreto per il giardino? Essere lastricato e diventare un parcheggio. Coinvolta, pur se non direttamente, è Patrizia Boldoni che a vari livelli si occupa di cultura. Ex moglie di Ferlaino è la madre di chi poi gestirà il bene: per questo non vorrei dover pensare che si tratterà di un indecoroso restauro. La soprintendenza, inoltre, di recente è intervenuta con mano ferma e di certo La Rocca è molto sensibile allambiente naturale che in città è scarno e non va depauperato. È importante che Napoli restituisca pregio e rispetto a chi ha saputo darle tanto. A Vasto, Palazzo dAvalos è stato acquisito dal Comune ed è il gioiello della città, visitabile come un museo. Qui è un pezzo di passato che naufraga sin dal cancello ottocentesco sulla strada: è rotto, con la catena che pende e le auto che lo oltrepassano. Ma il boschetto di cui parliamo non è quello su via dei Mille: è larea verde su vico Vasto a Chiaia, vicolo che deve il suo nome ai dAvalos: lì cè tutta una topografia da riscoprire e valorizzare. E questo è compito del Comune. La lettura generale del palazzo va ricomposta: serve un marciapiede garantito che consenta alle persone di accorgersi che lì dietro cè un giardino storico. E voglio dare merito al Corriere del Mezzogiorno che ha riacceso i riflettori sul caso e non allenta la sua attenzione grazie alla quale si è realizzato quello che in passato è stato impossibile.

Le due associazioni citate hanno anche proposto un uso pubblico del giardino storico. Speriamo che il privato nelle operazioni per mettere a reddito il bene - non può certamente essere benefattore - rispetti i luoghi. Se lo faranno, i nuovi proprietari saranno anche i benefattori di se stessi: ne guadagneranno in immagine e potrebbero avere un sostegno pubblico in attività che svelino la bellezza del complesso e mirino alla divulgazione della storia del sito peraltro vicino al Pan. Il Comune può partecipare con cartelli che indichino il Palazzo, ad esempio.

Del progetto parleremo in dettaglio: ci anticipa cosa prevede? Il rispetto delle quote della collina: non vanno spianate per le auto. Il restauro delle colonne coeve a quelle di Santa Chiara ovvero risalenti allepoca in cui il giardino arrivava fino al mare ed era di pertinenza della certosa di San Martino. Né tutte le piante vanno tenute: le palme, che sono molto infestanti, possono essere sfoltite a vantaggio delle siepi di bosso il cui uso risale allapoca romana. Ovviamente intoccabili le camelie che hanno una storia importante. Dica: Nel Regno Borbonico, la prima camelia arrivò grazie a Maria Carolina e fu piantata nel giardino inglese della Reggia di Caserta nel 1792. La regina era molto legata a Nelson e grazie a lui ottenne il fiore importato dal gesuita Kamel dal Giappone. Da allora tutti i nobili vollero camelie nei loro giardini; quelle dAvalos erano famose per bellezza e sono oggi una preziosa e longeva testimonianza.



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