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Roma. Labari della Marcia su Roma rubati all’Archivio di Stato: valevano 5 milioni di euro
Alessandro Fulloni
Corriere della Sera 4/8/2020

L’audace colpo dei soliti ignoti sarebbe avvenuto tra maggio e giugno. Dall’Archivio Centrale di Stato all’Eur — l’immensa sede di gran parte della documentazione proveniente dagli organi di Stato — sono stati trafugati 970 labari della marcia su Roma, la «prova di forza» che il 28 ottobre 1922 portò al potere Mussolini. Un furto denunciato ai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico da Elisabetta Reale, direttrice dell’Archivio sino all’avvicendamento, già previsto dal Mibact, con Stefano Vitali poche settimane fa. Ciascuno di quei pezzi può essere venduto a cifre tra i 1.000 e i 10.000 euro, per un «bottino» — è la stima di qualche «insider» — sui cinque milioni. Per questo è assai probabile che dietro la razzia ci sia l’interesse dei collezionisti e c’è chi scommette che i cimeli si vedranno in giro tra un paio d’anni, magari in vista del centenario della marcia degli squadristi.

L’ipotesi di un investigatore del Reparto operativo è che il trafugamento sia avvenuto «in modo graduale»; improbabile, dunque, che i gagliardetti siano stati portati via «nello stesso momento». Non è esclusa la «talpa», qualcuno che all’Archivio — un «bunker» con chilometri di scaffali zeppi di documenti microfilmati — conosceva tutto: posizione delle telecamere, allarmi, le stanze in cui gli stendardi erano custoditi. L’attuale direttore Stefano Vitali (tra i maggiori esperti di archivistica in Italia, oltre 120 pubblicazioni), interpellato dal Corriere. non parla dell’inchiesta — «c’è il segreto istruttorio» — però osserva che «ogni reperto era stato perfettamente inventariato e fotografato». Ciò vuol dire che chi ora ha in mano quei labari trafugati è passibile quantomeno di ricettazione.

Il materiale era custodito in un sotterraneo nel cuore dell’Eur, elegante quartiere romano costruito durante il Ventennio per celebrare l’Esposizione universale prevista nel 1942 che non si tenne per via della guerra.

«Memorabilia» che facevano parte di una mostra sul fascismo ideata nel 1928 da Dino Alfieri, ex ministro della Cultura popolare in uno dei governi Mussolini. In tutto 20 mila «pezzi» tra documenti, libri e foto, oggetti come la stampella di Enrico Toti, camicie nere, elmetti, armi e divise indossate dagli squadristi. Tutto custodito in cento casse (assieme a una poderosa documentazione di cui si sa poco, giunta da altri uffici dello Stato e richiesta espressamente dal Duce) che fecero la spola tra Roma e Salò fra il 1944 e la fine del conflitto. Durante i trasferimenti parte del contenuto sparì. Forse venduta o prelevata dagli «007» alleati, interessatissimi ai segreti della Rsi e del regime.

Quanto a libri e giornali, il commissario liquidatore della mostra, il grande matematico, pedagogo e partigiano Lucio Lombardo Radice provvide a darli alla Biblioteca nazionale di Roma. «ll resto del materiale finì invece all’Eur», racconta Pietro Cappellari, direttore della biblioteca di storia contemporanea «Coppola» di Paderno (Forlì) che su quei cimeli voleva pubblicare un libro per Herald editore.

«Chiesi i permessi per le foto — ricorda il ricercatore — già nel 2013 senza mai ottenere risposta. So che alcuni dei labari erano stati ricamati dalle madri degli squadristi uccisi negli scontri del 1921 e 1922 con socialisti e anarchici. Sui vessilli erano attaccati oggetti personali, bottoni, gradi, addirittura brandelli di stoffa insanguinata. Per averli, c’è chi è disposto a sborsare qualunque cifra».



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