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Roma. Palazzo Silvestri-Rivaldi, che storia
Paolo Fallai
Corriere della Sera - Roma 24/8/2020

Non si sa bene come prendere la fine annunciata del mistero di palazzo Silvestri-Rivaldi. Certo, averlo inserito tra gli investimenti del Piano Strategico Grandi Progetti varato dal ministero per i Beni e le Attività culturali, è una notizia da salutare con entusiasmo. Certo, lentità della cifra stanziata, 35 milioni, è finalmente tale da poter affrontare un restauro così complesso e difficile. Infine la volontà di ospitare la Scuola di alta formazione del Mibact in questo gioiello cinquecentesco che domina i Fori imperiali di fronte alla Basilica di Massenzio, su ciò che rimane dellantica Velia, sembra finalmente una destinazione degna di questo luogo. Però qualcosa ancora ci trattiene dal festeggiare notizie così importanti e così attese da tanto tempo. Insieme al rispetto per la sua storia secolare e le sue preziosità artistiche e architettoniche, insieme alla dignità che finalmente gli viene riconosciuta, palazzo Silvestri-Rivaldi merita prudenza. Perché la sua non è solo una storia di abbandono, di trascuratezza imperdonabile. È anche la storia di una miriade di annunci mirabolanti, di una sequenza di buone intenzioni, di una terribile serie di delusioni. Le prime due righe di questo articolo sono identiche alle prime due righe di un editoriale che chi scrive ha firmato per questo giornale il 14 dicembre 2005, commentando lennesimo annuncio. Eravamo diffidenti e tristi.

Progettato da Antonio da Sangallo il giovane per Eurialo Silvestri, cameriere segreto di Papa Paolo III nel 1536. Il Papa (nato Alessandro Farnese) apprezzava molto la bellezza dei marmi del Colosseo, che rubò per usarli nella costruzione palazzo di famiglia e della bellissima sorella di Eurialo Silvestri, Lola, che mise più volte incinta. Questo non gli impedì di fondare la compagnia di Gesù, convocare il Concilio di Trento, né di farsi unampia schiera di nemici. Quando Paolo III morì, nel 1549, la carriera di Silvestri ebbe un brusco declino. Quel palazzo, affrescato dagli stessi artisti che avevano lavorato a palazzo Farnese, con una straordinaria collezione di statue antiche, venne ceduto al cardinale Alessandro de Medici, che diventerà papa Leone XI e lo affittò ai Colonna. Ci passarono altri due cardinali, prima che a metà del 1600 diventasse istituto assistenziale con Ascanio Rivaldi: il Conservatorio delle Zitelle Mendicanti.

Ma il peggio per il Pio istituto doveva arrivare nel 900 con lamputazione del magnifico giardino, che digradava fino alla Basilica di Massenzio, imposta dallarrogante ignoranza del fascismo, con gli sventramenti per costruire la via dell Impero. Di fronte ad un progressivo e umiliante degrado, fin dai primi anni Sessanta Antonio Cederna e Italia Nostra proposero inutilmente di salvare il palazzo.

Nel 1975 passò allOpera Pia Istituto Santa Maria in Aquiro, ma venne subito occupato dai movimenti. Fu anche al centro di un episodio grottesco: il 14 giugno 1976 le Unità comuniste combattenti, formazione collaterale alle Brigate Rosse, sequestrò il commerciante di carni Giuseppe Ambrosio, chiedendo per la sua liberazione, che venisse disposta una distribuzione straordinaria di carne a prezzi stracciati nella macellerie romane. Il giorno dopo, per caso, il commerciante venne trovato legato proprio dentro palazzo Rivaldi e liberato.

Per un decennio, palazzo Silvestri Rivaldi diventò un centro sociale, il convento occupato ricco di attività culturali, musicali e artistiche. Ci hanno suonato James Senese, dei Napoli Centrale, il cantautore americano Shawn Philips, gli Stradaperta (un loro concerto del febbraio 1977 fu trasmesso in tv dallAltra Domenica, di Renzo Arbore), Rino Gaetano, Stefano Rosso, Tony Esposito, Franco Battiato. Renato Nicolini sosteneva che il Convento occupato fosse lunico spazio di vita culturale della Roma democristiana, dove si faceva teatro e si allestivano mostre di arte contemporanea.

Nel 1990 l Opera pia decise di vendere il palazzo a Don Verzé, che voleva farne una casa di riposo per anziani prelati. Ma lipotesi venne rivelata dalla Cgil e il progetto venne bloccato. Da allora lunica certezza è stata labbandono desolante: nel 1995 Francesco Rutelli sindaco chiese di poter acquistare il palazzo e nel 1999 lamministrazione stanziò 12 miliardi di lire. Nel 2000 sembrava che il Campidoglio fosse a un passo dallacquisto, ma le perizie ormai lo valutavano oltre i 30 miliardi e tutto si fermò. Intanto cera chi accarezzava lidea di farne un centro congressi. Nel 2004 riemerge lipotesi della vendita: 5.300 metri quadri, quattro piani, saloni affrescati, prezzo arrivato ormai a venti milioni di euro. Ma nessuno lo compra. Nel 2006 un accordo tra Campidoglio, Regione Lazio e Istituto di Santa Maria in Aquiro stabilisce che verrà preso in affitto dalle amministrazioni pubbliche per diventare parte del futuro Museo archeologico dei Fori insieme al palazzo di via dei Cerchi. Comune e Regione stanziano più di 9 milioni per ristrutturarlo, ma sanno già che non basteranno. Soldi che andranno scontati da un canone di affitto che non è determinato neanche nella durata. Contrordine, nel 2007 nuovo protocollo dintesa sempre tra gli stessi protagonisti: il palazzo restaurato ospiterà la collezione Torlonia. Il progetto lanciato nel 2009 dallamministrazione Veltroni con uno stanziamento di 11 milioni, sarà definanziato dallamministrazione Alemanno che blocca tutto. E il palazzo - scrive Edoardo Sassi sul Corriere della Sera nel 2013 - se ne sta lì con i ponteggi da anni. Un capolavoro di incredibile pregio, ferito, avvilito, misconosciuto, chiuso, pazzescamente abbandonato al degrado.

Ora il ministero per i Beni culturali finalmente stanzia una cifra congrua per questo gioiello. La città deve esserne orgogliosa. Ma fino a che non si aprono i cantieri anche un pochino diffidente. Abbiamo alcuni secoli dei motivi per esserlo.



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