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Roma. Le indagini sui «pezzi» italiani che il Getty deteneva illegittimamente
Maurizio Pellegrini
Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020

La collaborazione dell'archeologo Maurizio Pellegrini con il sostituto procuratore Ferri

La mia frequentazione, se così si può dire, del Getty Museum inizia nel 1997: quando il sostituto procuratore di Roma Paolo Giorgio Ferri chiama Daniela Rizzo e me a collaborare alle sue indagini.
Da qui, l’inchiesta sui «pezzi» italiani che il museo deteneva illegittimamente; l’estenuante trattativa per il loro ritorno, avvenuto pur solo parzialmente; lo scandaglio tra le foto di Medici e l’archivio di Becchina, i più noti «predatori» italiani; le scoperte successive fino a quelle nella lista dei 350 reperti mai rivelata alle autorità italiane.

La lista comprende anche un gruppo di gioielli etruschi in oro comprati dal museo nel 1983: anelli, collane e braccialetti, in parte ritrovati tra le foto di Medici. Sono ancora in California. Come pure un’hydria attica nera, decorata in oro e acquistata per 90mila dollari nel 1979, che i documenti dimostrano essere appartenuta a Medici attraverso un prestanome, nonché a Becchina (unico caso in cui li troviamo insieme); il primo la cede all’altro, che la fa restaurare: 75mila dollari a quello, 15mila a questo.

Complesso pure il percorso di una pelike lucana a figure rosse con il mito di Ercole e dei Cercopi acquisita nel 1981. Nel 1978, era nella galleria Antike Kunst Palladion di Becchina; nel 1979, in asta da Christie’s a Ginevra dove la compra un anonimo collezionista; nel 1981 il californiano Milton Gottlieb, che in due anni aveva già regalato al museo una decina di reperti, la dona al Getty. Almeno, ufficialmente: perché nei documenti Becchina risulta invenduta all’asta.

Assenti invece dall’elenco del Getty un altare funerario con il ritratto dei coniugi defunti, del II secolo, che proviene da Ostia e cita la famiglia dei Caltili e una lekythos attica a fondo bianco del 460 a.C. Per l’altare il museo indica una donazione di Achille Moretti, di Zurigo, ma in realtà lo vende Becchina: tra i suoi documenti restano anche la ricevuta del prestito al museo e una foto. Ovviamente i dati forniti dal Getty omettono il nome del «trafficante». Il museo dichiara di aver acquistato la lekythos nel 1983 dalla Galleria Nefer di Frida Tchacos, ma anche in questo caso a venderla è Becchina. Lo indicano, tra i documenti sequestrati, le sue proposte al museo, e le foto nell’archivio

Per il museo quel 1983 è un anno dei più prolifici negli acquisti di antichità. Ci sono anche ben 259 frammenti o porzioni di affreschi che decoravano con scene dionisiache le pareti di una villa vesuviana depredata dagli scavi clandestini. Alcune foto in cui sono ancora sporchi di terra e maldestramente accostati figurano nell’archivio di Becchina, che li propone al Getty con il ricchissimo collezionista, e spesso socio, George Ortiz. Del I secolo, hanno certamente un’illecita provenienza, considerato il loro originale stato frammentario: sono il frutto di uno scavo recente.

Altri 44 frammenti comperati in quell’anno provengono invece dalla Sicilia: appartengono a un rilievo in argento e oro con scene delle Gorgoni, di Teseo che uccide il Minotauro, di Oreste che sopprime Clitennestra e altre raffigurazioni mitologiche. Sul margine di una foto dell’archivio Becchina li indica provenienti da «Monte San Mauro presso Caltagirone» , con le sigle GO e JIR, che indicano George Ortiz e Jiri Frel. Quest’ultimo era allora il curator del Getty per le antichità, quindi il compratore.

La sicurezza con cui Becchina cita il luogo di provenienza dei frammenti, un’area tra le più importanti della Sicilia archeologica, può avere un’unica spiegazione: è un dato noto solo a chi ha materialmente ritrovato i frammenti e li ha fatti arrivare al mercante. Assai singolari peraltro sono anche i modi e i tempi di spedizione dei frammenti al museo: in quattro date del 1980, da gennaio a novembre. È un invio frazionato per aumentare via via il prezzo di vendita (come, ad esempio, per i vasi attici) o Becchina li ha trasmessi man mano che gli giungevano? Forse non lo sapremo mai.

Ancora nel 1983, il Getty acquista uno splendido gruppo di oggetti in bronzo, probabilmente il corredo funerario di una tomba del Sud Italia che comprende bardature per cavalli (due pettorali e due elementi per difendere la parte anteriore del muso), caratterizzate da un elaborato decoro con quadrighe vittoriose a rilievo, affiancate da due Nikai; mentre le lamine di bronzo a protezione del muso del cavallo mostrano grandi teste con elmo e con occhi intarsiati in ambra e avorio. Due elmi conici di tipo magno-greco e un candelabro completavano i reperti venduti da Becchina.

Ne invia le foto in visione il 15 maggio 1982; ma ne tiene una copia nell’archivio. Pochi giorni prima aveva spedito le immagini di 20 teste in terracotta, alte dai 13 ai 20 cm: subito acquistate. Per la raffinatezza dell’esecuzione il museo le paragona allo stile di Prassitele. Ma in archivio, e in inglese, il mercante annota: «Trovate insieme, scavo, stessa area». L’immagine di una testina mostra un paio d’orecchini d’oro spariti nel viaggio: al Getty non ci sono.

Da Becchina proviene anche una splendida anfora panatenaica attica a figure nere, che il museo indica come acquistata dalla Merrin Gallery a New York nel 1993. È alta quasi un metro, del Pittore del corteo nuziale e firmata dal ceramista Nikodemos; è decorata da un lato con Atena armata, e dall’altro con Nike, la dea della vittoria, che incorona il premiato di un incontro di pugilato. In realtà, era parte dei materiali comprati dal mercante il 2 settembre 1992 da un notissimo trafficante di Taranto e suo fornitore di fiducia. Becchina la paga 280mila franchi svizzeri e nel marzo 1993 la rivende alla Merrin per una cifra assai cospicua, forse frazionata in tre rate. La galleria è soltanto il terminale di uno scavo clandestino e di una vendita occulta.

E per finire, ecco anche una kalpis attica a figure rosse del Pittore di Kleophrades, con fattura del 22 gennaio 1982; nel 1983, una pelike in stile di Kerch, anch’essa presente nell’archivio; nel 1987, uno splendido cratere a volute attico a figure rosse del Pittore di Meleagro. Insieme alla fattura della vendita l’archivio di Becchina conserva un’ampia documentazione fotografica dei dettagli. Si potrebbe continuare ancora a lungo: sono 20 anni di lavoro...

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/le-indagini-sui-pezzi-italiani-che-il-getty-deteneva-illegittimamente/133750.html


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