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Campania. Il museo sepolto. Il fossile di dinosauro riemerso ora rischia di essere dimenticato
Angelo Agrippa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 18/11/2020

È riemerso dopo 110 milioni di anni, ma ora Ciro — il fossile di cucciolo di dinosauro trovato nel sito di Pietraroja: pregiatissimo e unico esemplare con ancora visibili gli organi interni e le fibre muscolari — rischia di rimanere sepolto non dalle stratificazioni geologiche, ma dalla polvere e dall’abbandono assieme a tutti gli altri reperti. Le condizioni in cui versa il Paleolab, il museo multimediale di geologia e paleontologia inaugurato nel 2005 nell’area del parco geopaleontologico di Pietraroja, dove fin dal 1798 lo scienziato di origini svedesi Scipione Breislack segnalò la presenza di fossili, sono a dir poco allarmanti. L’«ascensore del tempo» (una installazione con vecchi monitor — oggi fuori uso — inseriti tra pareti di specchi da cui dovrebbe diffondersi la immaginifica suggestione di essere proiettati in un viaggio nella storia evolutiva del pianeta) non solo dimostra quanto la tecnologia di venti anni fa appaia ormai datata, ma come la disattenzione istituzionale e l’indifferenza burocratica rendano, di fatto, neghittosamente impraticabile un giacimento di ricchezza naturale come quello di Pietraroja.

Da un paio di anni si è finalmente data attuazione alla legge istitutiva dell’Ente Geopaleontologico, con sede operativa a Benevento e quella legale a Pietraroja (forse sarebbe stato meglio invertirle) il cui presidente è Gennaro Santamaria, 57 anni, attuale capo di gabinetto del sindaco Clemente Mastella, ma in realtà funzionario dell’Inps, da sempre impegnato o direttamente in politica (è stato consigliere comunale e assessore nel capoluogo sannita) o collateralmente (è stato nel cda di Soresa, comandato presso l’assessorato regionale al Turismo, il gruppo dell’Udc alla Camera, quello del consiglio regionale della Campania, presso la presidenza del consiglio regionale del Molise e non ultimo capo della segreteria dell’ex ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti). «Anzi, proprio grazie a questo mio incarico ministeriale — racconta lui — dopo diciotto anni sono riuscito a mettere assieme tutte le istituzioni governative e a dar vita all’Ente Geopaleontologico di Pietraroja. È stato un duro lavoro, ma oggi finalmente possiamo pensare alla programmazione e al rilancio». Ma cos’è l’Ente geopaleontologico? La sua gestione è affidata ad un consorzio costituito dai ministeri dell’Ambiente e per i Beni culturali, dalla Regione Campania, dalla Provincia di Benevento, dal Comune di Pietraroja, dalle Università del Sannio e Federico II e dalle associazioni locali e ambientali interessate. Insomma, all’apparenza sembrerebbe la solita idra, un mostro burocratico a più teste. Per statuto è un ente che dovrebbe «promuovere, curare, coordinare e partecipare ad ogni attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio geologico, paleontologico, naturalistico e paesaggistico, materiale ed immateriale, connesso al geosito».

Sin qui gli intenti. Ma di fatto, ogni buona intenzione resta incollata sulla carta. Nel giacimento fossilifero, dove milioni di anni fa sorgeva una laguna, l’attività di scavo — benché sia stata esplorata soltanto una piccola porzione — è ferma da oltre un decennio. Inoltre, il museo di Pietraroja è affidato alla cura di quattro volontari che si alternano per assicurare l’apertura dei locali e guidare i visitatori nelle sale impolverate. Ma se un giorno decidessero di rimanere a casa, nessuno se ne accorgerebbe. Delusi, disillusi, arrabbiati. Tutte le volte gli è stato raccontato un film: che Paleolab sarebbe diventato un vero museo attrezzato con decine di dipendenti; che finalmente dopo decenni sarebbe ripresa l’attività scientifica di scavo nel geosito; che tutta l’area circostante sarebbe decollata con l’insediamento di laboratori, college e centri di ricerca.

Carmine Nardone, ex allievo di Manlio Rossi Doria, una vita trascorsa tra l’insegnamento accademico e la politica (è stato parlamentare di sinistra e presidente della Provincia) fu tra i promotori della rete museale sannita che assieme al Paleolab comprendeva anche il Museo enogastronomico di Solopaca e il Musa di Benevento. «Neanche una lampada fulminata viene sostituita — lamenta oggi —. Al museo di Pietraroja manca persino il comitato scientifico. Mi è venuta la depressione. Tutto il lavoro sostenuto è andato disperso». Poco incoraggiante è anche la versione del sindaco di Pietraroja, Angelo Pietro Torrillo: «Al Paleolab abbiamo raggiunto persino 18 mila presenze nel periodo delle gite scolastiche — ricorda — poi è arrivato l’abbandono ed ora con il Covid tutto si è appannato. È stato recuperato il vecchio progetto dell’Ente con la legge istitutiva che prevedeva trasferimenti per 500 milioni di lire l’anno, finalizzati alle attività da sostenere, che oggi costituiscono un tesoretto di 4 milioni di euro vincolati. Abbiamo perso un anno per approvare lo statuto. Con tanti soci istituzionali, la gestione diventa macchinosa. È come avere una Ferrari in garage ma non c’è chi la guidi». Non è d’accordo il presidente Santamaria: «Grazie al coinvolgimento di università, ministeri ed enti territoriali abbiamo la garanzia di poter accedere a più fonti di finanziamento — chiarisce —. Rinnoveremo la rappresentanza gestionale e definiremo la programmazione. Sono fiducioso, riusciremo a rilanciare l’immagine di Ciro». Bisognerebbe crederci, e muoversi, oltre che annunciarlo. Prima che la muffa avvolga il sito, seppellendolo per altri milioni di anni.



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