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Viterbo. “Il museo civico ha i suoi ‘acciacchi’, ma non è abbandonato!”
Daniele Camilli, Carlo Galeotti
Tuscia web 15/11/2020

Riceviamo e pubblichiamo – Il museo civico “Luigi Rossi Danielli” di Viterbo ha i suoi “acciacchi”, ma non è abbandonato! Lo dimostrano le ricerche condotte in questi due anni dall’università degli studi della Tuscia e l’impegno dell’amministrazione comunale che non si tira indietro al cospetto delle sfide poste dalle innumerevoli difficoltà che una gestione museale impone.

Il tema della manutenzione dei beni culturali normalmente non trova spazio nella formazione universitaria. A Viterbo sì, perché siamo convinti che l’intervento di restauro sia la soluzione ultima di un processo che deve iniziare con un’attività di monitoraggio continuo, includere la conservazione preventiva e periodiche operazioni di manutenzione.

Quindi, proprio grazie alla collaborazione con il comune di Viterbo e all’approvazione della soprintendenza competente, abbiamo avviato un’attività didattico-scientifica volta alla conoscenza e al monitoraggio dello stato di salute del museo civico e delle sue collezioni, mettendo a disposizione le competenze interdisciplinari dei docenti e offrendo agli studenti, futuri restauratori di beni culturali, la possibilità di sperimentare sul campo queste attività.

Venendo ai recenti articoli pubblicati da Tusciaweb sul presunto stato di abbandono del museo civico di Viterbo e sulle supposte cattive condizioni conservative della Pietà di Sebastiano del Piombo, è nostra intenzione precisare che tali interventi non mostrano quelle indispensabili conoscenze riguardo la tecnica d’esecuzione delle opere, le vicende subite nel tempo e la loro conservazione preventiva, presupposti fondamentali per fornire al pubblico interpretazioni corrette.

I materiali utilizzati negli articoli in questione sono elaborati didattici dei nostri studenti che come tali presentano dati di verità (relativi in particolare al monitoraggio delle opere), ma anche ingenue valutazioni (non potrebbe essere altrimenti trattandosi di studenti!), che sono stato oggetto di “valutazione” da parte del corpo docente e non certo di “validazione” da un punto di vista scientifico.

Aver preso solo degli stralci di questi eleborati, che tra l’altro parlano di uno stato complessivamente buono del museo, significa stravolgerli e non tener conto delle loro finalità “puramente didattiche”.

Questi elaborati si pongono infatti all’inizio di un processo di monitoraggio, che vedrà nella relazione finale dei docenti-restauratori l’unico vero dato di verità sulle reali condizioni delle opere del museo, a partire dal quale verranno pianificati gli interventi di manutenzione ed eventualmente di restauro.

Aldilà del caso specifico, un simile uso degli elaborati degli studenti ci danneggia perché vediamo usato impropriamente l’impegno e le articolate modalità di questo impegno che da diversi anni il corso di laurea in Conservazione dei beni culturali sta mettendo sul territorio della Tuscia.

L’integrazione tra museologia, museografia, la conservazione delle opere e la loro manutenzione all’interno degli ambienti di piazza Crispi sta producendo esiti proficui, alcuni presentati pubblicamente nell’ambito del convegno “Per Franco Minissi. Il museologo, l’architetto e gli allestimenti del museo civico di Viterbo” che si è svolto a Viterbo il 12 dicembre 2019, i cui atti sono in corso di stampa.

Il lavoro ha avuto finora lo scopo di dare corpo e consistenza al principio della manutenzione come strategia primaria di tutela dei beni culturali. Dal canto loro le attività didattiche hanno portato gli studenti ad osservare, con nuovi occhi il museo, dal punto di vista dell’ambiente esterno ed interno, delle strutture espositive e della tipologia dei materiali costitutivi delle opere, per arrivare, alla fine di questo processo, a compilare quella che viene definita la scheda ambientale (basata su criteri tecnico-scientifici e standard di funzionamento e sviluppo museale normati dal D. Lgs. n.112/98 art. 150 comma 6).

In tale scheda vengono evidenziati i margini di miglioramento per la conservazione delle collezioni e del museo stesso. Questi suggerimenti vanno intesi ad uso degli addetti ai lavori che abbiano sviluppato la maturità per interpretarli e le conoscenze operative per mettere in pratica gli obbiettivi di volta in volta selezionati. Nel lavoro fin qui svolto si è avviato un monitoraggio che dovrà avere una natura sistematica, prolungata nel tempo.

Si tratta di azioni che il museo, insieme al corso di Restauro dell’ateneo viterbese, ha provveduto tempestivamente a organizzare con l’acquisto di sei postazioni di monitoraggio microclimatico, poste in corrispondenza delle opere più sensibili. Questo sforzo iniziale si è rivelato estremamente utile quando si è trattato di definire i criteri per favorire la riapertura delle sale, garantendo la sicurezza sanitaria dei visitatori insieme al corretto mantenimento delle condizioni delle opere.

E’ quindi stato possibile evidenziare le operazioni manutentive da svolgere, differenziandole sala per sala, redigendo di conseguenza un programma di manutenzione ordinaria, che ad oggi è costretto a fare i conti con le limitazioni dell’attuale emergenza Covid-19.

Nondimeno, l’esercitazione sul monitoraggio entomologico, gestito con trappole di tipo passivo posizionate a gennaio 2020, ha comunque portato ai primi risultati in settembre; questi, non ancora resi noti, evidenziano una situazione fisiologica per un edificio storico inserito in ambiente urbano.

Anche in questo caso, il museo ha prontamente dotato di schermi-zanzariera le finestre, che servivano a consentire il ricambio d’aria dopo il passaggio dei visitatori, in ottemperanza a quanto richiesto dalla Circolare MiBact n. 26-2020 Linee guida per la riapertura dei musei.

In generale, preme sottolineare che si riscontra un buono stato conservativo delle opere custodite nelle sezioni espositive del museo. Le possibili osservazioni riguardo alle eccezioni si riferiscono a problemi localizzati e ben noti alla comunità scientifica che ha a cuore la condizione delle collezioni. Anche in tali casi, in sinergia con il comune e la soprintendenza sono state condotte operazioni di pronto intervento e sono state programmate specifiche attività di restauro.

In breve, il museo civico e l’università di Viterbo, in due anni, hanno attivato una serie di pratiche virtuose senza lasciare che le fisiologiche istanze conservative dell’edificio antico con le sue collezioni portassero allo scoraggiamento e al disinteresse. Al contrario, sono state individuate e messe in opera semplici ed economiche soluzioni che producono conoscenza mentre consentono di avviare un intervento programmato.

Per continuare su questa strada, insieme alla passione e alle competenze, ci vuole tempo, perché ogni azione di tutela ha bisogno di essere sostenuta da studi e ricerche, che stiamo continuando a svolgere anche nel tempo dell’attuale emergenza sanitaria.

Ci auguriamo pertanto che il nostro impegno accanto all’amministrazione comunale venga compreso e valorizzato con una diversa attenzione verso il lavoro fin qui compiuto, evitando inutili polemiche ed improprie banalizzazioni a cui in futuro non riteniamo proficuo rispondere, mentre restiamo aperti, compatibilmente alle esigenze dettate dall’emergenza sanitaria, a qualsiasi richiesta di comprensione attraverso sopralluoghi o visite guidate da parte del pubblico cittadino.

Incontri che potranno svolgersi presso i laboratori oppure al museo, così che venga maggiormente intesa l’attività del corso e dei suoi laboratori di restauro.

Stefano De Angeli
Presidente del corso di laurea in Conservazione e restauro dei beni culturali dell’università degli studi della Tuscia

Maria Ida Catalano
Paola Pogliani
Direzione Laboratori di restauro dell’università degli studi della Tuscia



La risposta di Tusciaweb:

I report utilizzati per gli articoli pubblicati da questa testata sono frutto del lavoro dei cosiddetti laboratori di restauro dell’università degli studi della Tuscia. Non solo, ma sono anche la conseguenza di un accordo raggiunto tra comune di Viterbo, titolare del museo di piazza Crispi, e l’università. Si tratta quindi, checché ne dicano i docenti che hanno siglato la nota, di un atto pubblico vero e proprio che dovrebbe essere stato accompagnato pure da un iter amministrativo. E non è che un accordo tra due enti pubblici conta meno se poi uno dei due enti mette a lavorare gli studenti. Dopodiché, trattandosi appunto di un accordo tra due istituzioni, i cittadini hanno tutto il diritto di conoscerne contenuti e risultati, e un giornalista tutto il dovere di farli conoscere. Così come detta la costituzione italiana. Ed è doveroso da parte del giornalista farli conoscere soprattutto se i risultati evidenziano lo stato pietoso, quasi fosse un magazzino con cose accatastate, della principale istituzione museale cittadina. Il museo civico Luigi Rossi Danielli in piazza Crispi.

A lavorare ai report sono stati gli studenti, una decina in tutto, dei laboratori che fanno parte del corso di laurea magistrale in conservazione e restauro dei beni culturali, Dibaf (Dipartimento per l’innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali). L’insegnamento si chiama “Strumenti e metodi per la manutenzione”. I report riportano anche il nome della docente che ha seguito gli studenti.

Nel mese di gennaio di quest’anno, gli studenti sono entrati nel museo civico Luigi Rossi Danielli a Viterbo per avviare, come gli studenti stessi scrivono, “un programma di monitoraggio e schedatura ambientale”, effettuando “una valutazione generale del ‘contenitore museale’, così come la valutazione preliminare dell’efficienza e della tenuta delle diverse strutture espositive, ed una ricognizione dello stato di conservazione delle opere esposte”.

Il tutto, riportano poi gli studenti, “in accordo con il museo civico di Viterbo Luigi Rossi Danielli e coadiuvati dal personale in servizio”.

E già leggendo questo passo, le chiacchiere di De Angeli, Catalano e Pogliani si riducono sostanzialmente a zero. Il lavoro fatto al museo è la conseguenza di un accordo tra due istituzioni. Quindi è un lavoro importante. Un lavoro su beni pubblici, all’interno di una struttura pubblica, con tanto di risultati che sono stati poi sottoposti al vaglio e alla valutazione quanto meno della docente dell’insegnamento. E pare che siano anche stati presentati ad un esame la scorsa estate. Quindi definire “ingenua” una parte del lavoro degli studenti per togliersi, come dire, le castagne dal fuoco, non basta.

Va detto poi che i laboratori di restauro dell’università sono soliti farsi affidare opere d’arte da parte di comuni, ad esempio Gallese e Tarquinia, su cui poi fanno intervenire anche gli studenti. Talvolta con il sostegno di altre realtà, come ad esempio la Fondazione Carivit. Studenti il cui lavoro, su una struttura importante come il civico, viene in parte bollato come “ingenuo” dai loro stessi insegnanti. Studenti, che poi lavorano a diretto contatto con il patrimonio storico e artistico del territorio.

Il museo è palesemente in stato di degrado, incuria e abbandono. Lo testimoniano non solo gli studenti, ma le foto e i video girati all’interno della struttura proprio in questi giorni. Sono evidenze, non supposizioni.

L’allestimento delle opere è pietoso. Passandogli accanto, si potrebbe addirittura farle cadere. La Pietà di Sebastiano del Piombo è danneggiata in un punto. E si tratta di un’opera fondamentale, tanto che il Vasari ne attribuisce l’invenzione e il cartone a Michelangelo. L’illuminazione è improbabile, e potrebbe addirittura essere dannosa per l’immagine stessa dell’opera. Le teche sono sporche e polverose. Ci sono alcuni fili che pendono dal soffitto, davanti alle opere. E peggio ancora, ci sono i topi. Il museo è pieno di trappole. Una di queste sta addirittura appoggiata ad un’antica campana. Come se niente fosse.

Si tratta solo di “acciacchi”, come ha detto chi ha firmato il comunicato, oppure di patrimonio pubblico lasciato in completo stato di abbandono? Ma De Angeli, Catalano e Pogliani ci sono mai entrati al museo civico oppure c’hanno mandato solo gli studenti?

Per quanto riguarda poi la “sinergia” con la soprintendenza, come mai, allora, dopo l’uscita dell’articolo sullo stato in cui versa la Pietà di Sebastiano del Piombo, Luisa Caporossi, anche lei della soprintendenza, con un commento Facebook ha annotato quanto segue?…“il nostro funzionario restauratore farà a breve le sue verifiche. Non so perché l’università – sottolinea Caporossi – non ci abbia informato di quanto riscontrato. Quanto alle inesattezze su condition report e prescrizioni era opportuno chiarirle subito ed è bene che studenti che intendono lavorare nei beni culturali sappiano che nessuna opera viene prestata senza un condition report e la Soprintendenza ha la tutela di tutti i beni sia di enti pubblici che ecclesiastici”.

Tornando poi alle “ingenuità” degli studenti, De Angeli, Catalano e Pogliani scrivono: “I materiali utilizzati negli articoli in questione sono elaborati didattici dei nostri studenti che come tali presentano dati di verità (relativi in particolare al monitoraggio delle opere), ma anche ingenue valutazioni (non potrebbe essere altrimenti trattandosi di studenti!), che sono stato oggetto di ‘valutazione’ da parte del corpo docente e non certo di ‘validazione’ da un punto di vista scientifico”.

Si sta praticamente sostenendo che gli studenti che hanno lavorato su opere fondamentali del patrimonio storico-artistico hanno scritto delle ingenuità. Almeno in parte. Non solo, ma nella nota si precisa pure che l’ingenuità da parte degli studenti non potrebbe essere altrimenti. Perché?! Perché, dicono candidamente i tre firmatari, si tratta appunto di studenti. Studenti che poi vengono messi a lavorare a contatto con opere d’arte. Quelle del museo e quelle che finiscono nei laboratori di restauro di beni culturali.

Quindi, se De Angeli, Catalano e Pogliani partono dal presupposto che i loro studenti scrivono “ingenuità” a prescindere, e, secondo loro, viste le vesti da studenti, “non potrebbe essere altrimenti”, perché gli è stato affidato un monitoraggio su una struttura pubblica così importante come il museo civico? Perché allora, se questi ragazzi scrivono “ingenuità”, devono continuare a lavorare sulle opere d’arte messe a disposizione dei laboratori di restauro? Perché si devono esercitare? Se quello che poi scrivono è così ingenuo, gli si dia da lavorare su una copia…

Dopodiché, se il lavoro presentato dagli studenti riporta delle ingenuità, il comune, visto l’accordo stipulato con l’università, dovrebbe ritenersi tutt’altro che soddisfatto. Anzi, che ne pensa, visto che per far entrare gli studenti al civico avrebbe fatto pure un accordo con l’università? A proposito, che tipo di accordo? Cosa prevede? Quali sono i suoi obiettivi? Mettere le zanzariere alle finestre come fanno notare De Angeli, Catalano e Pogliani sbandierando la cosa quasi fosse un risultato decisivo? Insomma…prima di vedere il museo sistemato, cosa che tutti aspettano da più di dieci anni, campa cavallo!

I tre della nota scrivono poi che il lavoro giornalistico fatto “ci danneggia”.”…ci danneggia”? Cosa vuol dire? Quali sono i danni fatti? Concretamente. Perché un danno è sempre una cosa concreta. Non chiacchiere. Il nostro giornale informa i cittadini, senza “autorizzazioni o censure”, come recita appunto l’articolo 21 della costituzione. E’ un diritto-dovere.

Infine, un’ultima cosa. Doverosa. “…inutili polemiche – scrivono i tre – ed improprie banalizzazioni a cui in futuro non riteniamo proficuo rispondere”.

Questo passaggio della nota di De Angeli, Catalano e Pogliani, è semplicemente debordante. E colpisce che provenga proprio dall’università, un’istituzione pubblica i cui docenti dovrebbero fare del confronto un punto di riferimento e un esempio per i propri studenti. E non reagire come papi ottocenteschi che pontificano ex cathedra, senza poi voler sentire ragioni.
Il lavoro giornalistico è sacrosanto, e andremo avanti senza alcun problema.

http://www.tusciaweb.eu/2020/11/museo-civico-suoi-acciacchi-non-abbandonato/


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