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Le false promesse di eterna giovinezza. La teoria e la prassi del restauro di Cesare Brandi
Francesca Capanna
Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

Parliamo di restauro. Parliamo di prassi e parliamo di teoria, quella di Cesare Brandi, quella che ha fatto del restauro italiano un faro in Europa e nel mondo. C’è bisogno di parlarne con le nuove generazioni. Ho la sensazione che negli ultimi anni si insegni meno, si spieghi poco e si capisca di rado. A volte, infatti, si sente dire che «la teoria» è superata. Eppure, a mio avviso resta la chiave per la realizzazione di interventi di Conservazione con la lettera maiuscola.

È tempo di effettuare verifiche sui restauri eseguiti ai tempi della formulazione della teoria da parte del critico senese. Sono trascorsi mediamente settant’anni. I materiali usati allora sono certamente invecchiati, ad esempio possono verificarsi piccoli cedimenti nella stabilità delle superfici o le vernici possono essere ingiallite. La revisione a volte può interessare anche le reintegrazioni pittoriche. Soprattutto quelle effettuate seguendo criteri di intervento minimale.

Oggi soluzioni di questo tipo possono risultare datate: è infatti cambiato profondamente il senso del bello di chi osserva. Sono certa, però, che Brandi e la sua teoria rimangano attuali. Un nuovo intervento, seppur maggiormente integrativo, dovrà essere, a mio avviso, eseguito mantenendosi saldi sulle linee teoriche che hanno guidato il precedente. Si tratta infatti di un mero problema di gusto.

Non è il metodo a non reggere oggi, ma la soluzione finale adottata come prodotto tra la teoria e la situazione contingente di allora per cultura e senso estetico. Michelangelo Cagiano De Azevedo, lo sapeva e scriveva così nel ’48: «Il restauro è lo specchio del gusto e della attitudine critica di ogni epoca, e in particolare il restauro delle opere d’arte antiche, le quali, volta a volta, esaltate o respinte, sono quelle su cui è più esercitato il diritto che ha ogni generazione di rivivere il passato secondo la propria esperienza». Va segnalato inoltre che in quegli anni la tecnica dell’integrazione riconoscibile delle lacune, presentata in forma embrionale nel maggio del ’46 in occasione della «Mostra dei frammenti ricostituiti di Lorenzo da Viterbo», non veniva applicata in modo estensivo.

Per il teorico senese (mi si perdoni il rischio di banalizzazione del concetto per la doverosa stringatezza dell’enunciato) la reintegrazione a tratteggio era necessaria qualora si dovesse «ricucire» un’opera gravemente frammentata che in quanto tale aveva perduto «l’unità che spetta all’intero», ma non era ritenuta indispensabile nei casi in cui la sopra citata unità risultasse garantita dalla forza espressiva dell’immagine seppure lacunosa. La «Postilla teorica» venne enunciata nel settembre 1961 a New York, presso il XX congresso di Storia dell’Arte e venne poi inserita nel celebre volume «Teoria del Restauro» nel 1963. Solo da allora «il rigatino» è diventato uno strumento d’uso più frequente, ausilio confortevole per il restauratore impegnato nell’integrazione pittorica, libero dal timore di confondersi con l’originale.

A metà degli anni ’50 era effettivamente necessario contrastare la precedente tendenza interpretativa che portava a massicci rifacimenti. Oggi constatiamo un ribaltamento di tendenza. Siamo ormai assuefatti ai colori fulgidi dei video retroilluminati, siamo incantati da false promesse di eterna giovinezza e da visi senza rughe, siamo spinti ad amare ciò che non mostra i segni del tempo. Attenzione a un’integrazione pittorica delle lacune che assecondi questo gusto. Aggiungo: la società di oggi è troppo orientata a scelte di carattere soggettivo che tendono a rifiutare le regole costituite ma, citando Umberto Eco, «mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità».

Il rifiuto da parte delle nuove generazioni dei principi fondanti della precedente è un fenomeno sociale noto e il restauro non ne è immune. Alle giovani generazioni desidero quindi raccomandare di interrogarsi mille volte sulle motivazioni delle loro scelte nella conduzione di un restauro. Le esorto a non cedere alla tentazione dell’istintivo e moderno: «Così mi piace». L’istanza estetica non è un like su Instagram, ma passa per la comprensione critica del contesto culturale in cui l’opera è stata creata e della poetica che trasmette: questo dobbiamo tramandare ai posteri, non cercare l’effimero consenso del popolo del web.

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/le-false-promesse-di-eterna-giovinezza-/134678.html


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