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La signora del Cenacolo
Francesca Bonazzoli
Corriere della Sera - Milano 14/12/2020

Era uscita dall’ospedale la settimana scorsa e, racconta Pietro Marani che con Pinin Brambilla ha passato quasi quindici anni sui ponteggi del Cenacolo come condirettore dei lavori, al telefono mi ha detto: «Domani è il mio compleanno e lo voglio passare a casa». Lucidissima fino all’ultimo giorno dei suoi 95 anni, Pinin Brambilla è stata per Marani «Maestra di arte, restauro e vita perché aveva un modo di prenderla con ironia, distacco e intelligenza. Era una donna eccezionale, con un occhio straordinario e un’intelligenza visiva impareggiabile. Non abbiamo un altro restauratore con la sua sensibilità».

Ha firmato grandi restauri come le pitture di Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova, gli affreschi di Masolino a Castiglione Olona, le opere di Piero della Francesca, Mantegna, Caravaggio, Tiziano, ma i vent’anni dedicati all’Ultima Cena di Leonardo, ne hanno fatto una figura quasi mitica a livello internazionale. «Anche nel comitato delle celebrazioni leonardesche lei viaggiava al di sopra di tutti per il risultato che il mondo le riconosceva», conferma Marani.

Concluso nel 1999, quel restauro non fu per niente scontato. Innanzi tutto perché la Brambilla lavorava alla presenza del pubblico che le gridava anche «Spostati!»; ma soprattutto perché Carlo Bertelli, che da Sovrintendente diresse il lavoro dal 1978 al 1984, decise di non fare la consueta pulitura di superficie, ma di andare a ritrovare le parti originali di Leonardo, rimuovendo le pesanti ridipinture, e quindi le falsificazioni, dei precedenti restauratori. Fu il primo restauro scientifico, ma via via che il lavoro metteva in luce i colori originali, rivelava anche le grandi parti mancanti così che l’immagine complessiva appariva quasi un fantasma di se stessa.

«I mass media e la gente dicevano che stavamo raschiando troppo. Tutti i giorni c’era da rimanere in trincea», ricorda Marani. «Però tutte le critiche sono state superate e gli studiosi sono unanimi nell’apprezzare i miracoli della Brambilla. Senza rifare nemmeno la punta di un naso, è riuscita a restituire unità al dipinto attraverso sottilissimi tratteggi ad acquarello. Lei lo chiamava ricucitura, come una ricamatrice che unisce lacerti».

Spiega Carlo Bertelli che il Cenacolo fu trattato come fosse un dipinto su tela, andando a pulire una per una ogni minuscola scheggia di colore, cosa che non era mai avvenuta prima. «Sembrava che non stessimo trovando nulla, ma solo spendendo soldi. Senza lo scudo di Olivetti non avremmo mai finito perché era un lavoro di cui non si poteva preventivare la spesa né la fine. Pinin era nata in un mondo di restauratori, non di scienziati, ma superò la tradizione della sua formazione e lavorò col microscopio; si applicò alla scoperta del legante usato o del tipo di preparazione della parete. Questo le diede una conoscenza unica di Leonardo».

Le emozioni più grandi? Bertelli le ricorda bene: «Per esempio quando saltò fuori l’orecchio di uno degli apostoli. Oppure quando scoprimmo che il profeta all’estrema destra, di profilo e con la barba, in realtà era rasato e di tre quarti. Non c’era volto di apostolo che non fosse stato rifatto e sotto le ridipinture scoprivamo il Leonardo vero, non un Leonardo mascherato o deforme».



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