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Napoli. Montagna spaccata, violate le mura romane
Marco Molino
Corriere del Mezzogiorno - Campania 24/12/2020

«È una delle più grandiose testimonianze esistenti nei Campi Flegrei». Lo assicura sul suo sito web il Comune di Quarto, che descrive con evidente orgoglio le originali caratteristiche della cosiddetta Montagna Spaccata, il profondo taglio nella collina realizzato in età repubblicana per consentire il passaggio della via Consolare. Peccato che la «grandiosa testimonianza» delle mura di contenimento realizzate dai romani in opus reticolatum, sia ormai irrecuperabile: traffico veicolare, particolarmente intenso in questi giorni di festa, infiltrazioni e secolare abbandono, spiegano gli archeologi, hanno causato la caduta degli ultimi cubetti residui, lasciando solo la traccia in negativo della monumentale opera architettonica. Le auto sfrecciano giorno e notte lungo i 290 metri dell’antico sbancamento del monte Gauro, che oggi coincide con il percorso della via Campana al confine tra Quarto e Pozzuoli.

Il budello di tufo e asfalto non consente il passaggio dei pedoni e chi tenta ugualmente una breve incursione, necessaria magari per scattare un paio di foto, rischia seriamente di essere travolto. Dal canto loro, gli automobilisti non stanno certo a guardare le pareti corrose e costellate di buchi. «Sarebbe effettivamente difficile organizzare un sistema di protezione delle antiche mura - spiega Michele Stefanile, archeologo ricercatore alla Scuola Superiore Meridionale -. «Purtroppo il tufo dei cubilia si deteriora molto più rapidamente rispetto alla malta cementizia, lasciando tutte le impronte in negativo. Bisognerebbe capire da dove parte il degrado: se ad esempio c’è un’azione importante da parte delle precipitazioni si potrebbe immaginare forse almeno qualche copertura; su inquinamento e vibrazioni dovute al traffico è invece molto più complicato».

Per gli antichi quella via Consolare era fondamentale perché collegava il trafficatissimo porto di Puteoli con la via Appia e quindi direttamente con la città eterna. L’ostacolo rappresentato da un rilievo di origine vulcanica lungo il tracciato, non scoraggiò gli ingegneri dell’epoca: invece di aggirarlo, decisero letteralmente di segarlo in due, rimuovendo non meno di 220 mila metri cubi di terreno e innalzando colossali pareti di contenimento.

«Fa male oggi vedere le straordinarie mura in negativo – dice Anna Maria D’Onofrio, docente di archeologia dell’Università L’Orientale – ma il tufo è fragile e questa perdita totale è il frutto di secoli di abbandono». Un altro archeologo dell’Orientale, Marco Giglio, ricorda che già negli anni Settanta non erano quasi più presenti gli elementi lapidei dell’opera reticolata. «L’unica forma di tutela – conclude – sarebbe stata quella di impedire la percorrenza lungo quell’asse viario, cosa irrealizzabile».



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