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Il Vaticano verso il censimento dei beni culturali sparsi nei monasteri: “Evitiamo furti e dispersioni”
Salvatore Cernuzio
La Stampa 11/12/2020

CITTÀ DEL VATICANO. In monasteri e conventi arroccati in zone rurali dell’Europa o sulle colline dell’America Latina, sono custoditi veri e propri tesori. Libri risalenti all’alto Medioevo, biblioteche ed archivi con manoscritti originali di filosofia, composizioni musicali di carattere liturgico o operistico dell’VIII-IX secolo. E poi quadri e sculture dei più grandi artisti e pittori dal ‘400 in poi, conservati in edifici storici essi stessi dal valore inestimabile, magari a motivo dei preziosi affreschi dipinti sulle loro pareti.

Tutto questo patrimonio di beni artistici e culturali, che da secoli, tra raccolte e donazioni, le comunità religiose custodiscono, manca ancora oggi di una catalogazione scientifica. E in un’epoca di crisi economica e vocazionale che mette a repentaglio l’esistenza stessa di tante congregazioni, portando quindi alla dismissione di numerose case religiose, i rischi sono molteplici: furti, dispersione, sciacallaggio, svendite.

Su questo «problema che si prospetta sempre più grave nei prossimi anni», il Vaticano ha deciso quindi di intervenire. Con un’iniziativa del Pontificio Consiglio della Cultura e della Congregazione per la Vita Consacrata, che vede coinvolta anche l’Unione Superiori maggiori sia maschile che femminile, sarà avviato in questi mesi un censimento per avere una più puntuale conoscenza dei giacimenti culturali della Chiesa nel mondo, anche in vista di una loro migliore valorizzazione e dell’utilizzo in chiave pastorale.

È stata perciò avviata una “call for paper” rivolta a ricercatori ed esperti per avere contributi di tipo accademico che aiutino in un’opera di «conoscenza sistematica e scientifica dei depositi culturali delle comunità di vita consacrata, mediante un lavoro di catalogazione poderoso ma necessario», come spiega a Vatican Insider monsignor Carlos Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della Cultura.

Tutto il lavoro confluirà in un convegno internazionale, in programma per il prossimo anno dal 30 settembre al 1° ottobre, presso la Pontificia Università Antonianum di Roma. L’evento segue idealmente l’altro grande convegno, organizzato sempre dal Dicastero della Cultura nel 2018, sulla gestione integrata dei beni ecclesiastici alla luce della problematica del riuso di luoghi di culto in attività come bar, teatri o night club. Già in quell’occasione studiosi ed esperti, e anche rappresentanti delle Conferenze episcopali, si erano interrogati sulla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale della Chiesa come aspetto della pastorale delle diocesi.

Per il 2021 la volontà è di fare un salto ulteriore e varcare le porte di centinaia di migliaia di conventi e monasteri per capire cosa e come viene custodito al loro interno. «Questo prima che la metà delle case religiose chiudano nei prossimi dieci anni», spiega Azevedo. «È un problema molto sentito in Europa, dove anche i Paesi di radicata tradizione cattolica risentono delle conseguenze della secolarizzazione».

Da una parte, l’obiettivo è quindi salvare i beni dalla dispersione e dalle ruberie: «Alcuni approfittano dei religiosi in difficoltà. C’è chi ha speculato invece di aiutare, soprattutto in tante congregazioni dove le religiose sono poche e anziane. Ci raccontavano di monasteri in cui non c’era neppure un calice per celebrare, le suore avevano svenduto tutto». Dall’altra parte, si vuole riaffermare all’interno delle stesse comunità religiose la consapevolezza della consistenza patrimoniale e storica di alcune opere. Magari per evitare in futuro che un convento con all’interno affreschi del Pontorno, nel caso venga venduto, finisca per diventare una discoteca. «Ne abbiamo parlato anche con le Conferenze episcopali o con ambasciatori che si dicono molto preoccupati perché dei beni nazionali finiscono per essere acquistati da chi ha soldi ma non si preoccupa dell’identità culturale. È una questione non solo religiosa ma sociale. L’intera società di un determinato luogo sente che sta perdendo un patrimonio del Paese».

Il problema è che «tante congregazioni non hanno un gruppo d’aiuto», spiega Azevedo. Perciò, si punta a creare anche un Comitato tecnico che, «gratuitamente e liberamente da ogni interesse», risolva i problemi economici e poi trovi soluzioni creative: «Tanti monasteri possono diventare musei ma anche centri con finalità sociali, culturali. Sono tante le soluzioni per valorizzare il patrimonio culturale e rimanere al contempo fedeli al carisma».

I beni culturali, spiegano infatti i due Dicasteri nella presentazione del convegno, sono «beni sistemici», nel senso che «offrono narrazioni ed enunciano l’identità della Chiesa e del carisma particolare di ciascun ordine e istituto». In scala globale, descrivono «l’aspetto visibile della ricchezza spirituale che in tutte le età della storia ha arricchito la Chiesa mediante i carismi particolari». Basti pensare ad alcuni luoghi, in Europa e soprattutto in Italia, dove certose e abbazie hanno costituito e costituiscono nodi di socialità e identità culturale e paesaggistica, così fortemente interrelati al contesto territoriale da diventarne l’icona.

Si tratta dunque di «beni identitari in una doppia accezione, globale e locale», sottolinea monsignor Azevedo. Tracciando un catalogo scientifico, tale patrimonio potrebbe diventare dunque «un nuovo strumento per una pastorale innovativa, attraente e attrattiva». Lo stesso Papa Francesco, d’altronde, nella lettera del 2014 “A tutti i consacrati”, aveva auspicato «il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità».

Di fronte al dinamismo necessario, infatti, molti beni immobili «possono apparire un gravame piuttosto che un’opportunità». Nell’ambito della gestione, essi appaiono «esuberanti» rispetto alla consistenza media delle comunità di vita consacrata: «Alienazioni e vendite dovrebbero essere considerate risorse estreme, dopo aver dimostrato l’impossibilità di ogni altro uso ecclesiale, sociale, di carità».

Con il convegno si punta perciò ad individuare «esperienze, ricerche e progetti di riuso e rifunzionalizzazione del patrimonio immobiliare delle comunità di vita consacrata, con particolare attenzione ai casi di trasformazione in “beni comuni”, condensatori sociali di sviluppo comunitario». Sono tante le esperienze già in atto in questi ambiti, ma ancora manca un elenco di best practices che consenta un’adeguata conoscenza e diffusione. «Per questo nel convegno abbiamo lasciato grande spazio per i relatori. Quelli scelti da noi sono pochi, 16 posti sono riservati a coloro che, in quest’anno, riusciranno a trasmettere le migliori esperienze ai fini del convegno».

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/12/11/news/il-vaticano-verso-il-censimento-dei-beni-culturali-sparsi-nei-monasteri-evitiamo-furti-e-dispersioni-1.39648573


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