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Torino. Quei tesori perduti di Vezzolano
Paolo Morelli
Corriere della Sera - Torino 5/1/2021

Opere salvate dagli attacchi del tempo, messe in sicurezza e poi diventate irriconoscibili sotto gli strati di velina che le proteggevano, per poi essere riscoperte grazie all’intuito del professor Giovanni Romano, studioso, già soprintendente del Piemonte, scomparso alla vigilia di Natale. È la storia delle «tavole perdute» dell’Abbazia di Vezzolano, due opere lignee della fine del ‘400, custodite da decenni presso il laboratorio di restauro della famiglia Nicola ad Aramengo (Asti), riconosciute come provenienti dalla Chiesa di Santa Maria di Vezzolano. L’obiettivo è completarne il restauro per poi renderle di nuovo visibili al pubblico, prima per una mostra a Palazzo Madama — al netto dei futuri Dpcm — e poi in un museo torinese in attesa di poterle riportare a Vezzolano. Per arrivare a questo, però, sarà necessario prima raggiungere la cifra di 20.600 euro, con le offerte raccolte dall’associazione La Cabalesta (informazioni su polomusealepiemonte.beniculturali.it). Se ne parlerà oggi alle 16.30 online, con una conferenza alla quale interverranno la direttrice regionale dei Musei del Piemonte, Enrica Pagella, la direttrice dell’Abbazia, Valentina Barberis, poi Roberta Bianchi, responsabile del laboratorio di restauro della Direzione regionale dei Musei del Piemonte e il presidente de La Cabalesta, Maurizio Pistone (il link per partecipare è sul sito web della direzione regionale).

«Per Vezzolano è un po’ una tradizione — ricorda la direttrice Barberis — perché durante il periodo natalizio lanciamo una raccolta di questo tipo». Una attività iniziata nove anni fa per un’opera dell’Aquila e poi proseguita per interventi a Vezzolano. Questa volta, però, l’obiettivo è più ambizioso in termini economici. «Le tavole — racconta Barberis — erano velinate e quindi illeggibili. Furono trasferite da Santa Maria di Vezzolano, per ragioni di tutela, quando non erano ancora considerate di grande valore, come sappiamo ora. Poi sono pervenute presso Nicola ad Aramengo, sono rimaste sconosciute per diversi anni». La loro qualità ha fatto pensare alla bottega di Antoine de Lonhy. Artista poliedrico, fu attivo dal 1446 al 1490 circa, iniziò in Borgogna per arrivare al Ducato di Savoia nel 1462: fu miniatore, scultore, maestro vetraio e pittore, realizzò anche disegni preparatori per ricami.

«Essendo di legno — precisa Valentina Barberis —, le tavole hanno bisogno di condizioni stabili con una teca climatizzata. Abbiamo già ricevuto proposte da un paio di musei torinesi che potranno ospitarle in attesa di riportarle a Vezzolano». Dove sarà prima necessario costruire una collocazione adeguata. L’Abbazia, che fino a quando possibile era aperta in convenzione con l’associazione In collina di Castelnuovo Don Bosco, attende ora il cantiere di restauro per una parte della facciata, al via in primavera, ma toccherà anche ad alcuni tetti e alla casa del custode, in vista di riaprire i bandi per averne di nuovo uno.

«Il territorio — aggiunge la direttrice — è molto legato all’Abbazia di Vezzolano, lo vediamo dai visitatori annuali (50 mila nel 2019, ndr), con numeri importanti anche nei pochi giorni di apertura del 2020. È un luogo di cultura dove si fanno anche eventi, spettacoli ed esposizioni, oltre ad accogliere pellegrini devoti alla Vergine di Vezzolano, camminatori e turisti da tutto il mondo». Nel frattempo si lavora con fiducia alla programmazione estiva.



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