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Firenze. Cittadella Bardini: il museo che verrà
Elena Franzoia
Il Giornale dell'Arte n. 413 1/12/2020

La Direzione Regionale Musei della Toscana e il Segretariato Regionale Mibact hanno preso possesso, dopo quasi 25 anni, dei nuovi uffici di Palazzo Mozzi Bardini restaurati dalla Soprintendenza. Si aggiunge così un ulteriore tassello alla vexata quaestio ricostruita da Antonio Paolucci, l’ex ministro dei Beni culturali che ebbe un ruolo decisivo nella risoluzione della vicenda, nel volume L’eredità di Stefano Bardini a Firenze. Le opere d’arte, la villa e il giardino (Mandragora, Firenze 2019).

Affacciato, in Oltrarno, su piazza dei Mozzi e sulla direttrice medievale costituita dalle vie dei Bardi e San Niccolò, Palazzo Mozzi Bardini apparteneva alla vasta «cittadella» alle spalle di ponte alle Grazie che «il principe degli antiquari» costituì, a cavallo tra Otto e Novecento, con il progressivo acquisto del settore urbano appartenuto con alterne vicende all’antica famiglia dei Mozzi.

L’ex Convento di San Gregorio della Pace lasciò il posto al palazzo neorinascimentale progettato da Corinto Corinti per ospitare l’ambizioso showroom dalle mille sfumature di blu, oggi Museo Stefano Bardini (comunale), mentre le «case dei Mozzi» su via dei Bardi, stilisticamente riportate a un Duecento di gusto ottocentesco, furono trasformate in laboratori e uffici: l’«officina Bardini». Alle spalle, il magnifico giardino di 4 ettari che giunge alle mura arnolfiane fu convertito in showroom en plein air, mentre Villa Manadori divenne residenza di famiglia.

«Oltre all’area che ospitò gli uffici di Bardini e accoglie oggi quelli del Mibact, Palazzo Mozzi Bardini, acquisito dallo Stato nel 1997, dispone di vasti spazi destinati a diventare area espositiva, precisa Stefano Casciu, direttore regionale Musei della Toscana. L’idea è quella di un secondo museo-galleria, distinto ma complementare a quello comunale, maggiormente legato al tema non solo dell’antiquariato, ma anche di quell’artigianato artistico, profondamente legato al mondo del restauro, di cui Firenze è tuttora una delle capitali internazionali anche grazie all’attività di Bardini. Le due aree, per il cui recupero saranno necessari ingenti finanziamenti, sono quella degli ex laboratori su via dei Bardi e un’altra più monumentale, con stucchi e affreschi settecenteschi firmati da Giuseppe Fabbrini».

Un capitolo a parte riguarda le collezioni: «Si tratta di materiali molto eterogenei raccolti da Bardini per i famosi pastiche, tra cui una ingente quantità di materiali lapidei, spesso di alta qualità, rimasti inutilizzati e provvisoriamente depositati nella parte bassa del giardino, continua Casciu. Altri pezzi di grande valore sono temporaneamente esposti alla Villa Medicea di Cerreto Guidi. Il vastissimo archivio, attualmente diviso tra Mibact e Comune, è oggi al centro di una comune volontà di riunificazione e valorizzazione».

Grazie al restauro il palazzo ha già potuto accogliere alcune opere, nell’ambito del vasto progetto di riordino e catalogazione, che vede coinvolti Palazzo Spinelli, Università e Fondazione Memofonte, in vista dell’apertura del nuovo museo e della ricorrenza del centenario della morte di Bardini nel 2022. Fondamentale il ruolo del giardino. «Attestato già nel Duecento insieme alle prime case dei Mozzi, il nucleo originario è quello che maggiormente necessita di manutenzione e restauro, spiega Giorgio Galletti, architetto paesaggista della Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, concessionaria dell’area demaniale.

Si tratta della parte addossata al palazzo oggi utilizzata come deposito dei materiali lapidei. Recuperarla significa restituire al Palazzo la scenografia impostata da Bardini, attualmente non percepibile. Per il resto, il giardino si trova in buona salute e necessita prevalentemente di manutenzione ordinaria, ma alcune aree soprattutto alla base della celebre Scalinata Barocca, non visitabili o addirittura inagibili, potrebbero essere restituite alla fruizione collettiva, come il giardinetto liberty creato da Ugo Bardini con la scaletta che sale alla grotta “tellurica”. Analogamente sarebbe possibile riaprire un varco verso la stessa Scalinata Barocca, oggi non visitabile, e il frutteto, che reca memoria dell’antico orto dei Mozzi».

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/cittadella-bardini-il-museo-che-verr-/134918.html


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