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La Signora di tutte le arti
Chiara Dino
Corriere Fiorentino - 10/1/2021

Quando siamo andati a trovarla, in una casa che conteneva 200 mila volumi da lei stessi archiviati era il dicembre del 2016 e alla fine di una lunga chiacchierata ci disse: «Prima di morire vorrei avere davanti a me la Madonna del parto di Piero della Francesca, un Nero di Burri e il Kiefer della Biblioteca San Giorgio di Pistoia». Chissà se ieri mentre chiudeva gli occhi le sono apparsi un’ultima volta.

Lara-Vinca Masini, studiosa e critica dell’arte, curatrice di mostre epocali, ribelle e totalmente libera, tanto forte nella personalità quanto dolce nell’accogliere l’altro, se n’è andata ieri a 94 anni, serenamente dice chi le stava accanto. Anche se nelle ultime settimane aveva sofferto di crisi respiratorie. Con lei se ne va un pezzo di storia dell’arte del Novecento, fiorentino e italiano. Ma non solo, presto prenderà il largo anche il suo strepitoso archivio. Lara qualche anno fa aveva deciso di lasciarlo al Pecci di Prato. «Firenze avrebbe dovuto tenerlo per sé ma non ha saputo accoglierlo» ci dice Giancarlo Cauteruccio, amico di lunga data tra i primi a essere informato della sua morte in un tam tam di telefonate e messaggi che hanno coinvolto chi la conosceva e apprezzava, dall’ex direttore degli Uffizi Antonio Natali, all’ex assessore alla Cultura Franco Camarlinghi che al contrario di molti ha saputo apprezzarla eccome.

Una mostra storica
Fu quando lui era membro della Giunta di Palazzo Vecchio che Lara poté organizzare Umanesimo, Disumanesimo , una mostra diffusa che ha formato una generazione di artisti e operatori della cultura. Era il 1980 e Camarlinghi, le chiese di fare qualcosa per la città. Lara portò in 10 luoghi di Firenze, tra cui il Palagio di Parte Guelfa e piazza Santa Maria Novella, dieci artisti della contemporaneità: «In quell’occasione — ricordava durante la nostra chiacchierata interrotta soltanto dagli assalti benevoli della vecchia Guia, il suo docile lupo a cui offriva crocchette, fettine di mela e fette biscottate — Fabio Mauri, per esempio, colorò di rosso l’acqua della vasca della Palazzina Reale di Santa Maria Novella costruita per la visita di Hitler in città e sopra vi pose un pennone bianco che dal rosso sangue veniva sporcato». A quella stessa mostre vennero invitati anche Rebecca Horne, e, tra gli italiani, Cucchi e Chiari. Fu un grande appuntamento. «Per quell’epoca pionieristico visto che anticipò l’idea del dialogo tra l’antico e il contemporaneo oggi così tanto di moda, con esiti non sempre convincenti. Ne parlarono più all’estero che in Italia, qui non fu capita» ricorda Laura Lombardi che su di lei ha scritto un saggio nel 2015 pubblicato in Artiste della Critica , curato da Maura Pozzati ed edito da Corraini. In quel saggio era stata Lara stessa a definire Firenze una città dura.

Una vita per l’arte
Lara era un donna profondamente anticonformista appassionata all’arte fuori dai circoletti da eventificio e soprattutto attentissima alle nuove generazioni. Di questa sua passione ininterrotta aveva parlato recentemente con Alessandra Acocella che con Angelica Stepken ha curato un volume in cui sono raccolti i suoi scritti più importanti (Lara-Vinca Masini. Scritti scelti 1961-2019. Arte Architettura Design Arti applicate, nato da un’idea di Giuliano Gori il collezionista di Celle che le è stato amico carissimo).

Gli esordi
Il libro si apre con una lunga intervista a firma della stessa Acocella in cui Lara- Vinca Masini si racconta partendo dai primi incontri che le hanno cambiato la vita, da quello con Carlo Ludovico Ragghianti, con cui ha lavorato alla redazione della rivista seleArte (1952-1966) a quello con Giulio Carlo Argan col quale ha collaborato alla stesura della sua celeberrima Storia dell’arte . Vi si legge, fra l’altro: «Il mio avvicinamento a Ragghianti avvenne verso la fine degli anni Cinquanta quando, dopo la morte di mio padre sotto l’ultimo bombardamento di Firenze, sola con mia madre che era una bravissima sarta — ma il suo lavoro non era sufficiente — cominciai a dare lezioni private di italiano, latino e greco. A un certo momento mi si presentò la moglie del professor Ragghianti che mi chiese di seguire il suo figlio maggiore negli studi. Dopo poco tempo la moglie del professore mi offrì di entrare a lavorare nello studio del marito. Premetto che i miei rapporti con l’arte, anche se non contemporanea, li avevo avuti fin da bambina, perché mio nonno paterno era restauratore e mia zia, alla sua morte, gli subentrò. La zia era una restauratrice conosciutissima, esperta dell’Ottocento; credo che dalle sue mani siano passati quasi tutti i quadri di Palazzo Pitti e quelli». Da allora, prima bambina, poi giovane donna — all’epoca del suo sodalizio con Ragghianti e dei pomeriggi trascorsi con Ottone Rosai aveva poco più di vent’anni — è stato un susseguirsi di incontri fondamentali e altrettanto fondamentali contributi alla storia dell’arte.

Una ricerca continua
È da lì che nasce la sua passione per il Realismo sociale di Fernando Farulli. La sua ricerca continua. Conosce Giuliano Gori e frequenta la sua villa di Celle dove incontra «Giuseppe Marchiori, carissimo e straordinario personaggio, il primo dei grandi critici che ho conosciuto». Poco dopo inizia a frequentare i convegni di Verrucchio di Giulio Carlo Argan. Fonda a Firenze il Centro Proposte dove ospita mostre di giovani artisti da Paolo Scheggi a Getulio. Si appassiona alla grande architettura di Frank Lloyd Wright, Le Corbusier e Alvar Aalto. Conosce Patricia Hochschild, vicedirettrice della Massachusetts University, grazie alla quale incontra il professor Werner Jaeger, il notissimo autore di Paideia . Comincia un epistolario fittissimo anche con Giuseppe Marchiori, Lea Vergine, Liliane Lijn, Gina Pane… Incontra Giovanni Michelucci e gli architetti della sua scuola. Collabora con la Biennale di Venezia, Paolo Portoghesi, Charles Correa, Peter Noever, Alberto Moretti. Scrive tanto: indimenticabile, per gli addetti ai lavori, il suo studio sull’Art Nouveau , quello su Gaudì (fatto solo sui libri «sarei tanto voluta andare a Barcellona — ci disse — ma non avevo mai soldi»), su Braque, su Man Ray, su Van Gogh. Il suo archivio cresce a dismisura tanto da aver bisogno di una nuova casa — la sua non conteneva i tanti volumi — che le affitta la Fondazione Cassa di Risparmio. Qualche anno fa Cultura Commestibile aveva lanciato una raccolta di firme perché le fossero riconosciuti i benefici della Legge Bacchelli ma quell’appello non ebbe risposta. Ieri hanno ricordato Lara-Vinca Masini «una voce della critica tra le più lucidi e libere del nostro tempo» il sindaco Dario Nardella e l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi che ha detto di lei: «Ha influenzato con la sua profonda ricerca intere generazioni di intellettuali e storici del nostro Paese».



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