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Tutte le contraddizioni della Carta di Catania: no a sbrigative abdicazioni al privato
Finestre sull'arte 16/1/2021

È approdata all’ordine lo scorso 12 novembre, in Commissione Cultura dell’Assemblea Regionale Siciliana, con audizione dell’assessore regionale per i beni culturali e l’identità siciliana Albero Samonà. Stiamo parlando della “Carta di Catania”, il decreto con cui la Regione Siciliana vuole concedere in uso a pagamento ai privati i beni culturali dei suoi depositi. L’audizione è stata, quindi, rinviata a martedì prossimo con la richiesta dei parlamentari del M5S di ascoltare le voci autorevoli dei tecnici che hanno espresso forti preoccupazioni.

Dopo l’intervista a Settis, che l’ha bocciata, e le critiche da parte di Legambiente, Italia Nostra, Associazione Nazionale Archeologi, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli di Roma, Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, si è unito a stretto giro il coordinamento Sicilia di ICOM Italia e il tema è rimbalzato sul “Il Fatto Quotidiano” e a più riprese su “La Repubblica”.

La soglia di allerta va tenuta alta, perché non sarebbe la prima volta che la competenza esclusiva in materia e la potestà legislativa primaria consentirebbero alla Regione Siciliana autonoma di discostarsi dal dettato del Codice dei beni culturali o interpretarlo “creativamente”. In senso peggiorativo, beninteso. Tra i precedenti più recenti, la disciplina dei prestiti è stata modificata così da rimettere la decisione all’organo politico (l’Assessore dei beni culturali), sottraendola a quello tecnico, come invece previsto dal Codice (art. 48), appunto. Con buona pace del principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro.

Tornando, dunque, alla “Carta di Catania”, data la non poca confusione creatasi per effetto dei tre documenti (la Carta vera e propria; il primo decreto del 30 novembre 2020 e le “linee guida” del 10 dicembre 2020), il reportage su “La Repubblica” (“Sicilia, l’altra faccia dei musei: i tesori invisibili conservati nei depositi”) ha avuto il merito di chiarire una volta per tutte che da sempre, senza bisogno di leggi e leggine ad hoc, i depositi siciliani sono stati aperti ad importanti scoperte, in alcuni casi andando a implementare le esposizioni permanenti; che si tratta di beni che sempre sono stati sia prestati ad altre sedi sia punto di riferimento per gli studiosi. E che, si legge ancora, la Regione da sempre “ha prestato reperti per mostre temporanee nei musei di tutto il mondo”.

Ma se i “prestiti” dai depositi sono sempre avvenuti in passato, che bisogno c’era di una nuova norma? Il fatto è che, altro effetto di quella confusione, essa regolamenta le concessioni in uso, non i prestiti. E dato che lo stesso assessore che ha firmato il decreto non sembra avere le idee chiare, su questo punto abbiamo deciso di sentire il parere di un autorevole giurista, Sergio Foà, Ordinario di Diritto amministrativo all’Università degli Studi di Torino. Samonà, infatti, a “La Repubblica” dichiara che grazie alla Carta i beni potranno essere “prestati per esposizioni temporanee”, cioè per le mostre, della durata di pochi mesi, per le quali si istruiscono pratiche di prestito e non di concessione in uso, che si differenziano per una maggiore durata. Nel decreto si parla, infatti, di una concessione della “durata compresa tra i due ed i sette anni, prorogabili tacitamente una sola volta”.

Del resto, un esempio di come si possa fare bene senza bisogno di inventarsi nulla che già non ci sia viene dalla stessa Catania. Al Castello Ursino si è approfittato della chiusura imposta causa Covid per una riorganizzazione senza precedenti dei depositi, utilizzando il personale comunale solitamente impiegato nei musei cittadini per il momento inaccessibili, e guardando in prospettiva all’ampliamento del museo civico e della rete museale cittadina.

Ma la carrellata di beni e opere d’arte del reportage rende evidente anche un’altra cosa: che proprio quelli non siano i beni oggetto della Carta siciliana. Per essere concessi in uso i beni, infatti, devono essere solo quelli “acquisiti per confisca” o “di più vecchia acquisizione di cui sia stata smarrita la documentazione” o privi di “riferimento al loro contesto di appartenenza” (art. 3 del D.A. n. 74 del 30/11/2020). Cosa c’entrano, dunque, i reperti dalle tredicimila tombe scavate a Himera, di cui appunto si conosce il contesto di proveneinza? O il Cristo portacroce di Mario Minniti, che nemmeno appartiene al Museo Regionale di Messina, essendo in deposito dalla Fondazione Lucifero di Milazzo? Come potrebbe la Regione cedere in uso un bene di cui non è proprietaria?! Un “tesoro”, poi, non proprio del tutto “invisibile”, dato che il suo bravo deposito lo ha lasciato per una mostra a Tokyo e Okazaki nel 2001 e 2002 e una nella stessa Messina nel 2017. Ma quali sono, allora, facendo degli esempi concreti, i beni che verranno concessi? Al momento non è dato sapere. Eppure si deve avere già in mente qualcosa, senza dover attendere che studenti o volontari redigano gli elenchi previsti dal decreto.

Per cercare, allora, di rimettere ordine e capire meglio, questa volta abbiamo ascoltato Clemente Marconi, professore all’Institute of Fine Arts della New York University e ordinario all’Università degli Studi di Milano, e che con l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana collabora dal 2006, per la missione che dirige a Selinunte, e che nei depositi del museo Salinas di Palermo ha scoperto oltre 200 preziosi frammenti di metope proprio da Selinunte.

Un altro esempio, che calza a pennello, della necessità irrinunciabile che sia un occhio “esperto” a passare in ricognizione il patrimonio da concedere in uso, è offerto dal riconoscimento da parte di una funzionaria dell’Assessorato regionale, Lucia Ferruzza, dei riccioli appartenente alla Testa di Ade, in deposito dagli anni ’70, prima nei magazzini di Agrigento, poi di Aidone. Uno di questi riccioli era stato pubblicato nella tesi di laurea dell’allora studentessa Serena Raffiotta, che senza il confronto con la funzionaria non sarebbe arrivata a quel riconoscimento, preludio alla restituzione dell’opera nel 2016 da parte del Getty Museum di Malibù.

Sulla necessità dell’occhio esperto devono essersene resi conto anche in Assessorato, tanto che nelle Linee guida emanate a stretto giro dalla nostra intervista a Settis, oltre ai tirocinanti universitari sono stati aggiunti i “volontari delle associazioni culturali che abbiano adeguati titoli”. Apriti cielo, messa una toppa si è aperta una voragine per le forti preoccupazioni sull’ipotesi di sfruttamento di specialisti qualificati, manifestate in particolare da Ana, Associazione nazionale archeologi, e gruppo Mi riconosci.

Abbiamo chiesto anche a Samonà di rispondere alle critiche. L’assessore giornalista ha preferito farci pervenire attraverso il suo addetto stampa una laconica mezza riga, in cui ci rinvia alla lettura dei due decreti, “evidenziandone l’aderenza allo spirito e ai contenuti del Codice dei Beni Culturali”. Per capire se sia così passiamo la parola al professore Foà.

https://www.finestresullarte.info/opinioni/tutte-le-contraddizioni-della-carta-di-catania


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