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Firenze. La Manifattura e gli altri: i «fratelli» del Franchi che hanno cambiato vita
Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino - 20/1/2021

Nascere «razionalisti». E adattarsi ai tempi, diventare qualcos’altro. Se davvero Palazzo Vecchio vuol farsi carico del futuro del Franchi, e se davvero la Fiorentina dovesse costruirsi uno stadio nuovo altrove, architetti e progettisti potrebbero trovare in molti edifici «fratelli» dello stadio degli spunti di riflessione. Perché proprio l’architettura razionalista degli anni Trenta ha insegnato che si può sempre iniziare una «seconda vita».

Prendiamo la Manifattura Tabacchi per esempio: passata dal produrre tabacchi, appunto, a ospitare arte contemporanea e intrattenimento. «Senza perdere la propria memoria storica» nonostante le profonde trasformazioni dei 30 ettari della fabbrica-città, come sottolinea il presidente dell’Ordine degli architetti fiorentini, Pier Matteo Fagnoni. Lo dimostra «l’aver mantenuto le strutture in vetro-cemento, i ponti sospesi di collegamento tra gli edifici e le finestre a nastro che immediatamente la identificano come un esempio dell’architettura razionalista della Firenze anni Trenta» specifica Michelangelo Giombini, capo del progetto di sviluppo della nuova Manifattura. O il Teatro Puccini: prima una balera, poi trasformato «lasciando inalterata la sua fisionomia e la torre che richiama quella di Maratona dello stadio Franchi» aggiunge Giombini. Non a caso sia la Manifattura che il Puccini sono riconducibili a Pier Luigi Nervi, il «padre» del Franchi.

Dello stesso periodo e corrente è anche Palazzo Mazzoni in viale Redi, l’«Edificio squadra rialzo» che ospitava gli alloggi per gli addetti alla manutenzione della stazione. Lì hanno avuto il coraggio «addirittura di sventrarlo» pur di trovargli una «seconda vita», quella di tunnel dentro cui far passare la tramvia ma hanno conservato le finestre a forma di «T» rovesciata. È quella, sostiene Fagnoni, la sua «patente» razionalista. Ma «c’è stato lungo dibattito sul fatto che in parte fosse stato sacrificato a scelte urbanistiche reputate preminenti».

Lo stesso vale per il Parterre immaginato da Sirio Pastorini dove «è stato creato un parcheggio sotterraneo da 300 posti auto senza danneggiare l’immagine di un luogo pensato per le esposizioni e prima sede della mostra dell’artigianato».

Anche la Scuola di guerra aerea delle Cascine negli anni ha cambiato funzioni ma «è stata mantenuta preservando tutte le caratteristiche del 1937: in particolare l’accesso al padiglione del Comando con la sua apertura e la trave «vierendeel», tipica dei ponti, che genera una facciata innovativa e sperimentale per le tecnologie dell’epoca». E infine tutto il complesso di Santa Maria Novella: Stazione, Palazzina Reale, Centrale termica che hanno attraversato i decenni cavalcando i mutamenti.

La seconda era «un edificio esclusivamente di rappresentanza che serviva per far arrivare il re alla stazione e prenderlo in carrozza e ora ha assunto funzioni di uffici, accoglienza, convegni, grazie alla sua forma da sala “reale” in cui sono stati mantenuti pavimenti e arazzi originali». Per la terza si ipotizza un futuro quasi da museo. L’elemento identitario razionalista della Stazione lo ritroviamo — ancora Fagnoni — «nella cosiddetta “cascata di vetro”». Quando parliamo dello stadio Franchi, il dibattito cade invece sulla scala elicoidale. È quello l’elemento che ne identifica la firma storica-architettonica, la firma di Nervi. «Anche lui fa parte di questo movimento rivoluzionario, vedendo nel calcestruzzo la possibilità di esprimersi in una forma plastica nuova per contestare il neo-classicismo — prosegue il presidente degli architetti — rifare oggi la scala elicoidale sarebbe come se volessimo costruire una piramide egizia con le tecnologie moderne».

Sono tutti esempi di quella stagione «razionalista» nata intorno alle figure di Nervi e Michelucci. Tipica del fascismo, tipica di Firenze, ma che ha saputo andare oltre e rimanere da protagonista in tante zone della città. Tutti esempi di un paradosso: il fatto che l’architettura razionalista si sia dimostrata estremamente capace a cambiare pelle, nonostante l’essenza stessa di quella corrente risieda nel far coincidere forma e funzione di ogni edificio, come fossero inscindibili. E invece sono stati scissi. In tutti i casi, tranne quello dello stadio. Perché lo stadio è l’unico di questa serie di edifici che non può cambiare in quanto è cambiata la modalità con cui si usufruisce della sua funzione: il calcio da rito collettivo (e basta) è diventato (anche) entertainment.

Il Franchi può avere un futuro con o senza il calcio? «Il valore monumentale del Franchi — ricorda Fagnoni — non potrà mai essere quello di un dipinto degli Uffizi o del Duomo, senza il calcio non potrebbe mai sostenere una funzione museale o una qualsiasi altra sufficientemente redditizia da sostenere i costi di manutenzione». Quando parliamo di architettura razionalista ci riferiamo a una serie di edifici che «oggi rappresentano la storia, ma all’epoca erano totale innovazione anche nella funzione che ospitavano, perché la interpretavano in maniera diversa».



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