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L’oro di Firenze. Il Battistero
Marco Gasperetti
Corriere Fiorentino - 26/1/2021

La giungla delle impalcature si dirada, i tubi di acciaio scendono lentamente verso terra come improbabili fusti rinsecchiti e dalle finestre dei matronei filtra un po’ di luce. Ed è allora che i mosaici, appena restaurati, risplendono come mai era accaduto a memoria d’uomo. Oro, oro e ancora oro e poi colori vividi, coriandoli di luce e arte che raccontano storie nella solitudine del Battistero di San Giovanni, il più antico dei capolavori di Piazza del Duomo a Firenze, davanti alla cattedrale di Santa Maria del Fiore e al Campanile di Giotto. Un tempio che ha abbracciato, come una culla, neonati eccellenti: da Dante Alighieri (che ricorderà i suoi riti anche nella Divina Commedia) a Cosimo I de’ Medici; da Amerigo Vespucci a Niccolò Machiavelli. Grandi fiorentini, passati alla storia.

Entrando dalla Porta del Paradiso, uno dei quattro ingressi, ci accoglie una scritta sul pavimento di marmi intarsiati. «Qua vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili». E basta per un attimo alzare gli occhi per rimanere abbagliati dai mosaici trecenteschi delle pareti dove trionfano angeli, profeti e vescovi che, dopo un restauro iniziato nel 2017, sembrano quasi staccarsi dalle volte per dare il benvenuto e colloquiare con il visitatore. Ieri è iniziato lo smontaggio dei ponteggi delle prime quattro pareti. Sette secoli dopo, il blu e il celeste — dopo la cura degli esperti — hanno lo stesso riverbero che ammaliò i nostri antenati e così il rosso, il verde e il grigio. È stato un lavoro complesso al quale hanno lavorato, sotto la direzione dell’Opera di Santa Maria del Fiore, docenti universitari, tecnici, ingegneri, architetti e restauratori. Opera che non ha interessato solo i mosaici. Si è scoperto che i capitelli del matroneo forse erano ricoperti da foglia d’oro. E che i mosaici erano stati creati con una tecnica unica al mondo.

«È stato e sarà ancora un grande cantiere — spiega Samuele Caciagli, responsabile dell’area tecnica dell’Opera di Santa Maria del Fiore — grazie al quale abbiamo lavorato e lavoreremo a oltre 1.100 metri quadrati di superfici marmoree, 200 metri quadrati di decorazioni a mosaico, oltre 100 metri quadrati di dorature e ad altri monumenti interni». Come la tomba dell’antipapa. E già, perché qui si trova il sepolcro dell’antipapa Giovanni XXIII, eletto assieme ad altri due pontefici in quei primi anni inquieti e scismatici del quindicesimo secolo. Una tomba-capolavoro firmata da Donatello e Michelozzo e adesso ripulita dalle polveri che ne oscuravano la doratura.

I lavori continueranno con le altre quattro pareti dove da ieri le maestranze hanno iniziato a montare nuove impalcature. «Un restauro che ad oggi è costato 1,5 milioni di euro, interamente devoluti dall’Opera di Santa Maria del Fiore — spiega il consigliere Vincenzo Vaccaro — e più avanti si penserà anche ai mosaici della cupola». Una rinascita ai tempi della pandemia.



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