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Firenze. Sant’Orsola riparte, ma attenzione all’effetto outlet
Goffredo Serinni
Corriere Fiorentino - 28/1/2021

Caro direttore, nell’immaginario della «città vuota» che cerca di rinascere, tra gli edifici che si stagliano sullo sfondo di geometrie e spazi inaspettati, dentro i quali la gente torna lentamente a muoversi con rinnovata curiosità, irrompe — come volesse infrangere questo lungo e innaturale silenzio — la nuova proposta di recupero dell’ex convento di Sant’Orsola presentata da Artea: società francese alla quale sono stati affidati, con trattativa privata, in concessione per valorizzazione, gli interventi di ristrutturazione e gestione economica del complesso per i prossimi cinquant’anni, con un accordo formalizzato dalla Città Metropolitana di Firenze nel mese di dicembre 2020. Dopo decenni di abbandono, false partenze e troppi tentativi falliti (sarebbe interessante in altra sede discutere sul perché per anni la pubblica amministrazione non abbia voluto farsi carico del progetto), la storia del Sant’Orsola sembra essere arrivata a un nuovo punto di svolta, sul quale credo sia molto importante da un lato esprimere apprezzamento per la confermata volontà di riqualificare il complesso, dall’altro ricordare che l’antico monastero è «riapparso» sulle mappe della città solo grazie alle iniziative di cittadini, studiosi, artisti e associazioni che hanno testardamente promosso per anni un intenso programma di attività e confronto con gli amministratori, creando dentro e intorno a questo luogo un insieme di eventi che hanno permesso di riscoprire il significato e la ricchezza di quegli spazi, di elaborare idee e proposte concrete.

In tal senso, credo possa essere molto utile continuare a confrontarsi su quanto emerso da questo intenso percorso di partecipazione, approfondire in particolare i temi e le proposte presentate dal Laboratorio San Lorenzo (promosso da Santorsolaproject, Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, Ordine degli Architetti) per quanto riguarda: la qualità urbana e architettonica dell’intervento, la tutela della sua funzione pubblica, la definizione delle principali destinazioni d’uso, la creazione di condizioni vantaggiose per tutti i soggetti coinvolti. Temi che a mio parere, dopo la presentazione della proposta di Artea, dovranno caratterizzare le prossime fasi del progetto e la sua realizzazione, sui quali vorrei tornare a discutere nel tentativo di cercare qualche risposta alle seguenti domande: a che serve il recupero di Sant’Orsola nell’incerto presente di questa città? Perché questo progetto costituisce un’imperdibile occasione per misurare un approccio realmente innovativo sui temi della progettazione partecipata, della rigenerazione e della sostenibilità?

Serve per immaginare un «centro storico nuovo» (Rinasce Firenze) e ripensare questo isolato come un tassello fondamentale della sua rinnovata identità; come un grande spazio di relazione e di scambio, inclusivo e permeabile, parte di un più ampio progetto di rigenerazione urbana capace di sviluppare l’idea di una «città porosa», dove l’antico convento potrà formare un polo con Palazzo Medici Riccardi, la Basilica di San Lorenzo, il Mercato Centrale con la piazza e i percorsi del quartiere, che l’amministrazione dovrà contestualmente riqualificare con un programma di interventi mirati.

Serve per ritrovare il senso di un bene pubblico, di uno spazio perduto e sottratto per anni agli abitanti-resistenti del rione mediceo, che meritano un risarcimento in termini di efficienza, bellezza e offerta di servizi.

Serve per elaborare un «progetto pilota» (magari da inserire nel «piano nazionale di ripresa e resilienza», il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation Eu) capace di sviluppare un’ipotesi di riqualificazione fondata sulla combinazione di funzioni pubbliche e private, di sollecitare un insieme di azioni collettive e sperimentare la partecipazione dei cittadini nella definizione di alcune scelte; con una ricerca progettuale sensibile alla storia di questi luoghi, un piano economico che ne valorizzi l’identità con destinazioni d’uso originali e coerenti.

Serve per riaprire un complesso storico già pesantemente modificato e restituirlo alla città con un progetto di recupero innovativo, che renda «contemporanei» i suoi spazi allo stesso tempo preservandoli, considerando l’unicità della situazione esistente (almeno nel panorama fiorentino) e le possibilità che questa condizione può concedere all’intelligenza dell’innesto e alla forza della memoria, alla scelta dei materiali, al disegno del suolo pubblico, all’uso del verde e delle installazioni d’arte. È una questione delicata, ma penso sarebbe opportuno rinunciare a un’idea di «purificazione», di finto restauro o ripristino, che non aiuta a comprendere le mutazioni e la storia di questi luoghi, né a distinguere ciò che deve essere conservato da ciò che può essere trasformato. Mentre il progetto di Artea sembra muoversi tra l’interpretazione un po’ vernacolare di spazi e architetture della «tradizione» (forse mutuata da un’idea franco-romantica dell’Italia, della Toscana, delle piazze storiche, dei giardini...) e la sostanziale omologazione dei diversi corpi di fabbrica, rischiando così di produrre un «effetto outlet» e cancellare la stratificazione e le tracce delle precedenti funzioni: monastero, manifattura tabacchi, centro profughi, centro sfrattati.

Serve a ricucire le diverse «scale» della città, a dilatare e rinnovare il sistema degli spazi aperti, delle funzioni culturali e ricreative all’interno dell’area Unesco con: l’apertura delle tre corti, spazi museali, biblioteca, ludoteca, palestra, bar, pubblici esercizi, co-working, scuola con annessa foresteria (attività già previste e recepite, bene, bravi).

Ma sarebbe davvero più interessante trovare un’alternativa alla scuola di alta formazione per l’alberghiero «di lusso» — destinazione in verità un po’ stridente, se si pensa alla storia dell’edificio — valutando ad esempio la possibilità di insediare un polo scientifico dedicato alla formazione nel campo dei beni culturali, come proposto dalle istituzioni culturali coinvolte nel percorso del Laboratorio San Lorenzo, e sviluppare sinergie con le numerose università straniere, aziende hi-tech e laboratori di ricerca; ricavando ateliers, spazi espositivi e didattici per le istituzioni già presenti nel quartiere (Accademia di Belle Arti, Opificio delle Pietre Dure, Conservatorio di Musica Luigi Cherubini...), con sale prova e studi di registrazione che potrebbero occupare una parte dei piani interrati, al posto dei pochi e inadeguati parcheggi (semmai da riservare esclusivamente a biciclette e mezzi elettrici), insieme ad altre attività sperimentali come piccoli centri di produzione di piante e ortaggi a km 0 dal mercato centrale (vertical farm).

Temi e questioni che vorrei porre all’attenzione degli investitori, della comunità scientifica, degli abitanti e in particolare delle amministrazioni coinvolte nel processo partecipativo promosso dal Laboratorio San Lorenzo: Soprintendenza, Città Metropolitana e Comune di Firenze, che avendone pubblicamente e in più occasioni riconosciuto qualità e risultati, dovrebbero sostenere e implementare i contenuti emersi da quelle proposte «condivise», magari organizzando un workshop per confrontarsi sulle scelte e le soluzioni da sviluppare nella fase esecutiva.

Goffredo Serinni
Architetto, docente di Progettazione Urbanistica al Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, collaboratore del Santorsolaprojectdas.



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