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Firenze. Il convitto della Calza e il cenacolo da non chiudere
Michele Dantini
Corriere Fiorentino - 27/1/2021

Per gli studenti di Storia dell’Arte delle Università toscane, e non solo, il Cenacolo affrescato nel 1514 da Francesco di Cristofano all’interno del refettorio del Convento della Calza, è sempre stato meta di fervidi pellegrinaggi di studio.
Si arrivava in piccoli gruppi, preceduti dall’inevitabile lettera di presentazione scritta di volta in volta da Paola Barocchi, Carlo Del Bravo, Mina Gregori e altri, e la visita in quel luogo costituiva tappa obbligatoria per sostenere l’esame di Storia dell’arte moderna, spesso imperniato sull’arte fiorentina. Così potevamo ammirare dal vivo uno dei Cenacoli che hanno contribuito a rendere celebre Firenze nel mondo, tradizionalmente affrescati con la raffigurazione dell’Ultima Cena.

Un itinerario ricchissimo quello dei Cenacoli fiorentini: basti pensare ai Cenacoli trecenteschi di Taddeo Gaddi in Santa Croce e di Orcagna in Santo Spirito, a quelli quattrocenteschi di Andrea del Castagno in Sant’Apollonia, del Ghirlandaio in San Marco e a Ognissanti, del Perugino nel Convento delle Terziarie francescane di Sant’Onofrio, fino a quello del coetaneo e amico di Franciabigio, Andrea del Sarto, a San Salvi.

Tra tutti i Cenacoli fiorentini, il primo in cui possiamo scorgere l’influenza del Cenacolo leonardesco di Santa Maria delle Grazie di Milano (eseguito negli anni che vanno dal 1495 al 1498), è proprio questo di Franciabigio. In esso assistiamo a una molteplice raffigurazione di stati d’animo — uno per ciascun apostolo — e una concitazione di gesti nelle figure, caratteristiche l’una e l’altra di Leonardo, conosciuto dall’artista attraverso riproduzioni d’epoca. Un altro particolare collega il Cenacolo del Franciabigio a quello leonardesco: lo scatto scomposto che Giuda compie urtando accidentalmente con il gomito la saliera e ribaltandola così sul tavolo, gesto apparentemente insignificante ma di rilevanza simbolica, perché allude al biblico sale dell’Alleanza (Lv 2,13) e al sale della terra (Mt 5,13) che viene irrimediabilmente a perdersi in Giuda.

La generazione a cui appartiene il Francibigio, celebre oggi e al suo tempo anche per le Madonne e alcuni bellissimi ritratti virili, studia con attenzione i maestri più anziani e già affermati, in particolare Raffaello e Michelangelo, sotto la guida dei capibottega, ad esempio Mariotto Albertinelli, di cui Franciabigio è allievo, Fra Bartolomeo e Piero di Cosimo. È il Vasari a dirci che Franciabigio si ritrova a fianco di Andrea del Sarto a studiare i cartoni delle Battaglie di Cascina e di Anghiari. In lui troviamo traccia di quella particolare propensione a immagini ben composte e pacate che distingue in parte l’arte fiorentina a partire dal primo Cinquecento, impegnata come a smentire o mitigare la potenza dispiegata da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. «E nel vero ancor che ’l Francia avesse la maniera un poco gentile», scrive Vasari nelle Vite, esprimendo garbate riserve sullo stile sin troppo ordinato e corretto del pittore, «per essere egli molto faticoso e duro nel suo operare, nientedimeno egli era molto riservato e diligente nelle misure dell’arte nelle figure».

Tornando ai Cenacoli fiorentini un tratto comune che vi si può scorgere riguarda alcuni aspetti dell’iconografia dell’Ultima Cena. Nel raffigurare l’episodio, si predilige non tanto il momento vero e proprio della consacrazione del pane e del vino in corpo e sangue di Cristo, secondo la versione dei primi tre Vangeli, ma quello dell’annuncio da parte di Cristo di un traditore fra i suoi discepoli. Franciabigio inserisce sulla mensa pani e vino, simboli eucaristici sempre presenti nella rappresentazione dell’Ultima Cena, e aggiunge il panno della Lavanda dei piedi giovannea, ma si sofferma anch’egli sul dramma e sullo sgomento che segue alle parole pronunciate da Cristo. Come di consuetudine inoltre, isola Giuda Iscariota sul lato opposto rispetto a quello dove siedono gli altri commensali, espediente questo che serviva a individuare meglio fra i discepoli il traditore, così come la mancanza di aureola sulla sua testa, e il sacchetto dei soldi tenuto segretamente in una mano, pegno della cattura di Cristo che sarebbe avvenuta di lì a poco.

In ogni Cenacolo a Firenze le figure rappresentate si dispiegano in una costruzione prospettica che spesso si apre verso il cielo, lasciando intravedere anche il paesaggio campestre oltre la città. In corrispondenza delle tre lunette del refettorio della Calza il Franciabigio inserisce tre finestrelle che mostrano l’amena campagna Oltrarno o danno prova dell’abilità conseguita dal pittore nell’esercizio della prospettiva. Vale la pena menzionare qui altri luoghi in cui Franciabigio è visibile a Firenze e lavora a fianco di Andrea del Sarto: il chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata dove affresca lo Sposalizio di Maria eseguito nel 1513, e il chiostro dello Scalzo, in cui esegue nel 1518-1519 due monocromi con il Commiato di San Giovanni Battista dai genitori prima di partire per il deserto e l’Incontro fra San Giovannino e Gesù. Appena fuori Firenze invece lo troviamo coinvolto nel Salone di Poggio a Caiano con il Trionfo di Cicerone, terminato entro il 1521, commissionatogli da Leone X per onorare Lorenzo il Magnifico.

Oggi, apprendiamo, in seguito alla cessione da parte della Curia che il Convento della Calza cambia proprietario. Forse non c’è bisogno di levare stridule grida di protesta. Non è detto che un privato amministri un bene di interesse comune con minor senso di responsabilità della Chiesa o dello Stato. Certo, occorrerà verificarlo. Ci basta sapere che il Cenacolo resterà visitabile per chi lo desideri, e che l’immagine, lungi dal celebrare fasto, continuerà a recare notizia di un rito di condivisione per cui, in memoria di un credo comune, si spezza il «pane celeste».

Michele Dantini
Docente di Storia dell'Arte Contemporanea Università per stranieri di Perugia, visiting professor IMT Lucca



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