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Firenze. A tu per tu con Michelangelo. Bargello Il discusso Crocifisso già attribuito al Buonarroti è stato spostato nel Salone che ospita le altre sculture dell’artista.
Chiara Dino
Corriere Fiorentino - 26/1/2021

Il piccolo Crocifisso Gallino che tanto ha fatto parlare di sé ha probabilmente trovato la sua definitiva dimora. Finita l’era del one man show — quando questo Cristino, attribuito ora Michelangelo ora a un anonimo intagliatore dei primi del ‘500, è stato superstar a giro nel mondo e poi cameo dentro la Cappella del Podestà del Bargello — ebbene, finita quell’era, oggi riposa nel luogo forse più adatto.

Qualcuno griderà allo scandalo, qualcun altro troverà appropriata la scelta. Comunque si posizioneranno visitatori e storici dell’arte rispetto alla sua genesi e al suo buen retiro è certo è che da qualche giorno la piccola scultura in legno di pioppo (misura solamente 41,3x39,7 cm) è andata via dalla Cappella ed è stata esposta al piano terra del Bargello, nel «Salone di Michelangelo» proprio accanto alla ricca collezione michelangiolesca del museo e in dialogo con essa. Di fronte c’è quel Bacco traballante per l’ebbrezza che il Buonarroti realizzò, prima sua scultura a tutto tondo, tra il 1496 e il 1497; alla sua sinistra il Tondo Pitti (1505 circa) con quella pluralità di profondità che solo la perizia del genio poteva ottenere. E quasi a contenere questa tripletta di opere, addossato a una colonna della sala, c’è il busto bronzeo di Daniele da Volterra (1564 circa) che raffigura l’artefice di tanta bellezza: lo stesso Michelangelo. Nel salone, seguendo in senso orario un criterio cronologico, ci si imbatte in altre due opere del maestro, il David Apollo (1530) e il Bruto , la più tarda tra le sue sculture qui conservate (1538) che quasi si specchia sulla teca contenente le prime copie in terracotta, firmate dal Tribolo, delle figure realizzate dal Buonarroti per le Cappelle Medicee nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo. Così ha deciso la direttrice dei Musei del Bargello Paola D’Agostino d’accordo con la curatrice della collezione della scultura, Ilaria Ciseri, e con il comitato scientifico tutto. A sentire lei non è una presa di posizione a favore dell’attribuzione a Michelangelo — prova ne sia che nella didascalia del Cristino stava scritto già da tempo per sua scelta: «intagliatore fiorentino inizio ‘500» — ma una scelta che ha a che fare con ragioni filologiche. «Chiunque abbia scolpito questo piccolo Gesù in croce (che non ha nulla della tempra titanica delle opere del Buonarroti maturo ma fa più pensare al Crocifisso di Santo Spirito sua opera giovanile ndr ) — dice Paola D’Agostino — è qui che deve venirlo a vedere. Adesso è stato accostato a sculture coeve e venute fuori dallo stesso contesto culturale e geografico, la Firenze che operava a cavallo tra il ‘400 e il ‘500».

Una piccola digressione sulla storia dell’opera per poi tornare, con la direttrice, a parlare della sua sistemazione. Il Crocifisso Gallino — il nome lo ha preso dall’ultimo antiquario, un torinese, che lo ha tenuto nella sua collezione — fu acquistato dallo Stato nel 2008 per poco più di 3 milioni di euro, e affidato al Polo museale Fiorentino come opera considerata del giovane Michelangelo. L’attribuzione subito contestata e poi a lungo discussa ha generato anche un processo penale — è intervenuta anche la Corte dei Conti a valutare la congruità della spesa — alla fine del quale i due principali imputati sono stati del tutto prosciolti. Ma questo vocio ha ovviamente contribuito ad accrescere la sua fama e a farla diventare una piccola star: da quando è diventata patrimonio comune ha girato in lungo e largo sia in Italia che all’estero dove faceva bella mostra di sé tutta sola. D’altronde tutta sola l’opera era stata esposta ancora nel 2004, al museo Horne, quando per la prima volta fu mostrata in pubblico. Allora era ancora di proprietà del Gallino che, dopo averla acquistata da un antiquario di via Maggio, l’aveva sottoposta allo studio di esperti di Michelangelo.

C’è chi ritiene che l’opera debba la sua fortuna a questa duplice attribuzione, c’è chi invece la associa alla pulizia del tratto, alla dolcezza del volto di Cristo e a quel suo corpo sottile e a tratti efebico, che riporta alla memoria l’altro Crocifisso ligneo di Michelangelo. Paradosso nel paradosso mentre il chiacchiericcio che ha ingenerato prosegue, seppur non con la stessa virulenza di un tempo, Paola D’Agostino tiene a precisare una cosa: «Lo abbiamo sistemato qui perché volevamo far tacere le chiacchiere, toglierlo dal piedistallo da star che i giornali gli hanno costruito attorno e rendere giustizia alla sua storia».

Che il museo propenda per l’attribuzione meno clamorosa, lo si è specificato poco sopra, è chiaro dalla didascalia con cui ha voluto accompagnarlo. E però la direttrice una provocazione la lancia: «Sarebbe interessante esporlo accanto al Crocifisso di Santo Spirito; se la Basilica volesse fare questa operazione noi per qualche tempo potremmo anche collaborare. Beninteso dandolo solo in prestito. Poi tornerebbe a dialogare con le quattro opere certe di Michelangelo qui al Bargello di cui fuori da Firenze si sa poco o pochissimo, visto che l’artista è immediatamente associato all’Accademia e alle tombe Medicee». In quella stessa sala che D’Agostino sogna di riallestire dopo aver concluso i lavori in cappella e nelle sale della scultura barocca e degli avori.



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