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Castro e il tempio dimenticato
Antonio Della Rocca
Corriere del Mezzogiorno - Puglia 31/1/2021

Gli scavi archeologici di Castro continuano a riservare sorprese: l’ultima in ordine di tempo è la muraglia difensiva del tempio dedicato al culto della dea Minerva e della città sacra che lo abbracciava. Gli archeologi diretti da Francesco D’Andria, professore emerito dell’Università del Salento e socio dell’Accademia dei Lincei, scavando nella nuda terra, hanno portato alla luce parte del possente muro che cingeva l’antico insediamento messapico, vasellame in terracotta e i frammenti dei piedi di una statua della divinità. Ogni coccio, ogni pietra è un prezioso contributo alla paziente opera che sta svelando un luogo denso di spiritualità nella terra dei messapi di 2400 anni fa.

Anche se il cantiere è chiuso da tempo perché i finanziamenti privati che lo hanno alimentato sono terminati, gli archeologi Alessandro Rizzo ed Emanuele Ciullo, insieme agli operai Donato Merico e Luigi Bene, sotto il coordinamento del dottor Amedeo Galati, hanno fatto in tempo a far riemergere dall’oblio testimonianze di tale valore da rimanere cristallizzate nel Bullettino del Mitteilungen des deutschen archäologischen instituts, l’autorevole istituto archeologico germanico di Roma.

A finanziare gli scavi è stato il professore Francesco De Sio Lazzari, originario di Castro, figlio del celebre geologo e umanista Antonio Lazzari.

Con un lavoro aspro svolto sul crinale scosceso di Castro che digrada verso il mare, un manipolo di uomini ha messo un punto fermo nella ricostruzione del mitologico itinerario di Enea in fuga da Troia narrato da Virgilio nel libro III dell’Eneide .

Loro hanno individuato proprio in questi luoghi l’approdo italico dell’eroe.

«Un’attestazione ormai accettata dalla comunità scientifica, sulla quale non c’è più alcun dubbio», spiega Francesco D’Andria.

Tanto è bastato perché il progetto «Rotta di Enea», promosso dall’omonima associazione, fosse inserito nel programma degli itinerari culturali lanciato dal Consiglio d’Europa nel 1987.

Tutto lascia pensare che nel sottosuolo ci sia ancora tanto da scoprire, dopo il ritrovamento di una parte del soffitto di un edificio in stile dorico: un manufatto in calcarenite che doveva trovarsi sopra l’ingresso, con i suoi lacunari quadrati dipinti di rosso.

Il sottosuolo di Castro ha restituito anche un bronzetto di Atena Iliaca, una statuetta risalente al IV secolo avanti Cristo ora conservata nel Museo archeologico locale, il «Mar» realizzato nell’abitato della cittadina.

Il reperto è, secondo gli studiosi, la chiave per interpretare tutto il santuario.

Sempre all’interno del «Mar» è custodito il busto della statua di Minerva rinvenuto nel 2015, due anni prima di un ulteriore, importante ritrovamento, quello dell’altare monumentale.

Il tempio è una tipica costruzione architettonica della Magna Grecia e si caratterizza per la presenza del triglifo (ornamento del fregio) come particolare decorativo del frontone.

«L’unico esempio di questo genere si trova a Castro», sostiene D’Andria.

Il tempio aveva una facciata con sei colonne (esastilo) larga circa dieci metri.

La campagna di scavi è iniziata il 9 settembre 2019, dopo che il Comune ha incassato il via libera del Ministero dei Beni e delle attività culturali.

«Il muro messapico di cui abbiamo trovato nove filari, alto quattro metri, è secondo, quanto a dimensioni, solo a quello di Egnazia - afferma Francesco D’Andria -. I centri messapici sono importanti per la loro struttura urbanistica e per le fortificazioni. Il muro di terrazzamento che recinge il santuario è una novità assoluta dal punto di vista della conoscenza del luogo sacro. Le sue funzioni erano le stesse che aveva il muro del tempio di Gerusalemme, il quale delimitava il pianoro superiore».

Si ritiene che la muraglia si ergesse a protezione di un’area ampia circa tre ettari e mezzo per buona parte occupata dal santuario.

Ora servono fondi, magari pubblici, per ampliare lo scavo alla ricerca del pezzo più pregiato, il tempio di Minerva.



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