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E l’arte che c’è dentro? Lo Stato, i privati e l’obiettivo difficile di non farla scomparire
Mauro Bonciani
Corriere Fiorentino - 3/2/2021

Come garantire la possibilità di ammirare i tanti beni artistici di chiese, conventi, parrocchie anche nel caso in cui dovessero essere venduti? Dove trovare i fondi per la loro tutela, sorveglianza, restauro? È possibile non tagliare il legame con i luoghi e la storia religiosa, sociale e civile che incarnano? Domande su cui monsignor Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera del Duomo, e Sergio Givone, filosofo e credente, si interrogano. Perché il caso del cenacolo del Franciabigio affrescato al Convitto della Calza, venduto dall’Arcidiocesi ad un privato (ancora ignoto) e che rischia di diventare invisibile, è solo un esempio dei tanti cambiamenti degli ultimi venti anni. «Il cenacolo della Calza è interessante, anche se non uno dei più importanti a Firenze — premette monsignor Verdon — e il privato ha l’obbligo della tutela, lo impone lo Stato, non della sua fruibilità. Detto ciò la vera sfida, il problema, è portare i fiorentini, prima ancora che i turisti, in Oltrarno». Serve un nuovo rapporto tra pubblico e privato, tra enti religiosi e civili? «Già prima della pandemia il rapporto pubblico-privato non era semplice, ma certo la Chiesa deve offrire la fruizione dei beni artistici alla città e al mondo, anche al mondo degli studiosi, e in questo l’apporto degli sponsor è importante». Per Verdon non si deve dimenticare «la dimensione religiosa, sociale storica, dei beni artistici sacri, Firenze ne è pervasa» ed il biglietto di ingresso in alcune delle basiliche simbolo della città è, per così dire, un male necessario. «Ha cambiato tutto rispetto a venti anni fa, quando è stato introdotto: ha garantito la sicurezza, che prima a volte mancava, anche con personale anti vandali, la tutela, la manutenzione ed il restauro — spiega — Direi che il biglietto di ingresso è indispensabile per il compito moderno di dare chiese sempre fruibili, illuminate, sicure, ed i turisti non sono scandalizzati dal pagare un ticket. Rimpiango il tempo in cui si poteva entrare in chiesa e basta, ma credo che tornare indietro sia molto difficile. Magari si potrebbe garantire ai fiorentini un ingresso libero in questo post pandemia, anche per dare un segnale».

Sergio Givone, filosofo e accademico italiano, parte da una premessa sulla vicenda del Convitto della Calza: «Garantire la fruibilità di beni ecclesiastici in mano ai privati è un punto molto delicato, anche perché non c’è una norma generale, come invece accade per tutela e conservazione». E poi entra nel merito: «Proprio per questo si deve essere rigorosi sulle misure che riguardano i beni delle chiesa e la loro alienazione che li sottraggono al pubblico. Non parlo ora di espropriare, sia chiaro, ma queste norme ci volevano. Sulla alienazione di beni pubblici occorre essere rigorosi». Meglio gli enti ecclesiastici, i privati o lo Stato per rendere visibili i beni artisti sacri? «È lo Stato che in questo ha un ruolo primario. Deve fare tutto il possibile, di più rispetto al passato, anche per i beni di chiesette che magari vanno tutelati nei musei». Perché, aggiunge, ogni caso è diverso ed importante. «Faccio un esempio. Nella pieve di Mosciano c’è un bellissimo crocifisso dell’epoca di Cimabue, ma da quando l’ultimo frate se ne è andato via la chiesa è chiusa e quella meraviglia non è più fruibile per nessuno. Cosa fare allora? Ecco se andasse in un museo non sarebbe uno scandalo».

Secondo il professore la Diocesi «fa molto più di quello che si crede sulla tutela e valorizzazione dei beni ecclesiastici, anche in tempi difficili come questi» e aggiunge: «Lancio una provocazione: una patrimoniale ai redditi più alti, anche al mio, certo, non solo ai nababbi, a favore della cultura e dell’arte. Così ci sarebbero le risorse e tutti saprebbero che non finiscono nel calderone ma a cosa sono finalizzate e come sono usate». Fondi che servirebbero anche per mettere i beni artistici sacri nel giusto contesto, «che è quello del culto, della fede vissuta per secoli, dell’amore del popolo, che va oltre il fattore estetico». «I beni artistici delle chiese sono molto più che opere d’arte — conclude Givone — e non va dimenticato, senza con questo essere assolutisti e dire che non possono stare nei musei e vanno riportati nei luoghi di origine. Spero si possa togliere il ticket di ingresso nelle chiese: le basiliche non sono musei e mi piange sempre il cuore ogni volta che ci passo davanti».



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