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Toscana. Chiese vendute, anche vicino a villa Sting. «Inevitabile? No, è una scelta razionale»
Mario Lancisi
Corriere Fiorentino - 4/2/2021

Venduta anche la chiesa della rockstar Sting. Il cantante non la frequentava perché da anni era sconsacrata e lui non è cattolico, ma San’Andrea in Campiglia, a cinque chilometri da Figline Valdarno, lungo la provinciale che porta a Greve, si trova a trecento metri dalla sua villa. La chiesa è stata venduta nel 2019 dalla diocesi di Fiesole. Era in uno stato degradato. Da anni non c’era più il parroco: i contadini se ne sono andati e così la messa è finita. «Non è bello vendere una chiesa per quello che ha rappresentato, ma siamo stati costretti a farlo. Con la chiesa si sono venduti anche gli edifici annessi, anch’essi malmessi. Prezzo? Centotrenta mila euro», racconta don Giovanni Sassolini, ex parroco a Rignano di Matteo Renzi e attualmente preposto della Collegiata di Figline.

Quei soldi servono anche per restaurare i beni ecclesiastici che si trovano in cattivo stato. La stessa chiesa della Collegiata è tutta sottosopra: don Giovanni la sta restaurando, costo preventivato 350 mila euro. I soldi arrivano dall’Istituto nazionale per il sostentamento del clero. Che ha tre finalità. Pagare lo stipendio ai preti e ai vescovi: 900-1.000 euro ai primi e 1.400 ai secondi, come ha ricordato ieri al Corriere Fiorentino don Giuliano Landini, presidente dell’Istituto per il sostentamento del clero della diocesi di Firenze. Altra finalità: il finanziamento delle attività missionarie. Infine, appunto, il restauro dei luoghi di culto. Come la Collegiata di Figline. Dunque beni ecclesiasti in vendita a Firenze, ma anche a Fiesole e in molte altre diocesi toscane. Come a Montepulciano-Chiusi-Pienza, diocesi retta da un fiorentino, don Stefano Manetti, ex rettore del seminario.

«Anche noi vicino a Montepulciano abbiamo venduto la chiesa di San Bartolomeo che era molto malmessa con la canonica, e gli edifici annessi, ad una coppia che poi l’ha restaurata e oggi, anche se sconsacrata , vi si può celebrare la messa. Ovviamente quando l’Istituto vende pone dei vincoli all’acquirente tipo, che so?, non ci si può fare una sala da ballo», spiega monsignor Manetti.

Di fronte a un patrimonio molto diffuso la scelta di vendere è inevitabile? Il vescovo risponde di no, sottolinea che non gli piace l’aggettivo «inevitabile»: «Le vendite che operiamo non sono inevitabili, ma razionali, cioè servono ad uno scopo: la salvaguardia di un bene storico e artistico».

La situazione dei beni ecclesiastici varia da diocesi a diocesi. A Pistoia ad esempio, sottolinea don Paolo Tofani, parroco di Agliana, «non ce ne sono in vendita e l’unica grande struttura che la diocesi possiede nel Comune di San Marcello Pistoiese è in un tale stato di degrado che nessuno per ora si è fatto avanti per comprarla». Tema, quello dei beni ormai così usurati da diventare invendibili, comune a molte diocesi. Da Pistoia a Pisa dove, spiega don Antonio Cecconi, parroco di Calci ed ex vicario della diocesi, ci sono più chiese che preti e fedeli. Così ci sono chiese abbandonate, lasciate alla loro inevitabile rovina. E venderle non è facile. Non ci sono da noi, come in Francia, agenzie immobiliari specializzate nella vendita di beni di culto. Le nuove «chiese» forse sono le case che vengono destinate ai poveri e agli immigrati. «Nel mio territorio ad esempio abbiamo deciso di utilizzare un immobile per l’accoglienza di detenuti del carcere di Pisa che stanno seguendo un programma di reinserimento nella società», racconta don Cecconi.

Quella dell’accoglienza è un tratto che contraddistingue la politica di accoglienza di molte diocesi. Ricorda l’ex assessore regionale Vittorio Bugli: «Quando ci siamo trovati di fronte al problema di trovare un casa per i rifugiati abbiamo bussato alla porta delle diocesi e l’abbiamo sempre trovata aperta». E il tema del rapporto tra la Chiesa toscana e la Regione forse si ripropone per salvaguardare i beni ecclesiastici più ricchi di storia e di arte.



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