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Toscana. «Troppe proprietà e pochi soldi, serve un’intesa vescovi-Regione»
Mario Lancisi
Corriere Fiorentino - 6/2/2021

«Il possesso degli immobili in realtà è un peso, una zavorra…». Non usa giri di parole il vescovo di Pescia Roberto Filippini, 73 anni a giugno, affermato biblista, ex rettore del seminario di Pisa ed ex cappellano del carcere don Bosco, in cui intrecciò con Adriano Sofri una forte amicizia, non scevra di garbati litigi sulla pace. Oggi monsignor Filippini, nominato vescovo nel 2015 da Papa Francesco, guida una diocesi di 120 mila abitanti, 42 parrocchie, 48 preti e 23 religiosi. Per entrare nel cuore del tema dei beni ecclesiastici giova richiamare quanto disse due anni fa al Corriere Fiorentino : «Nel centro di Pescia ci sono tre parrocchie e nel fine settimana vengono celebrate 26 messe. Ma vi partecipano solo 800 fedeli su 8 mila abitanti. In media 15-20 persone a messa».

Fedeli in calo, crisi delle vocazioni e clero sempre più anziano. Ad esempio la chiesa di San Francesco, nel centro di Pescia, è retta da due religiosi ultraottantenni. Dentro si trova una tavola di Bonavventura Berlinghieri con l’immagine forse più antica del poverello di Assisi: «Il dipinto porta la data del 1235 e Francesco era morto solo da nove anni. Quasi tutte le chiese hanno preziosi oggetti artistici. La stessa chiesa francescana ha affreschi del 1300, Il martirio di Santa Dorotea del Ligozzi, e la Cappella Cardini del Cavalcanti detto il Buggiano, che è una versione tridimensionale della Trinità di Masaccio», spiega Filippini. Anche la diocesi di Pescia ha nel groppone beni quasi invendibili. Come un enorme complesso, l’ex monastero delle salesiane con parco: «Spazi che potrebbero essere molto utili alla comunità di Pescia ma nessuno si è fatto avanti per acquistarlo e il prezzo da 10-11 milioni è sceso a 3,5». Il secondo è il vecchio seminario, sempre nel centro di Pescia: nessuno si vuole più fare prete e così l’edificio è in vendita. «La vendita di quei due beni ci consentirebbe di restaurare altri immobili, comprese numerose chiese, e finanziare le opere pastorali e caritative. Se riusciamo a conservare dignitosamente gli edifici con i nostri pochi fondi, provenienti soprattutto dell’8 per mille, lo si deve anche al lavoro volontario di parroci e laici», spiega il vescovo. Che ha deciso di rendere pubblico l’utilizzo dei fondi dello Stato. Complessivamente alla diocesi di Pescia arriva un milione di euro, di cui grosso modo la metà è destinato alle esigenze di culto e pastorali e l’altra metà agli interventi caritativi. Agli edifici di culto, chiese e canoniche, sono andati due anni fa circa 260 mila euro che certo non bastano per conservare un patrimonio così ingente. Che fare? «È importante l’intervento del pubblico. Un’intesa tra Regione e Conferenza dei vescovi toscani perché i beni ecclesiastici per il loro valore artistico e culturale appartengono non solo alla Chiesa ma a tutta la comunità civile. Sono di tutti e conservarli, se crediamo che la cultura possa essere anche un volano economico, è interesse anche del pubblico. Il quale a volte si sottrae a questo impegno ritenendo che siano beni privati. Non è così», conclude Filippini.

Sostiene don Luca Franceschini, responsabile dei beni ecclesiastici per conto della Cet: «Abbiamo trovato sempre disponibilità al dialogo ma più o meno tutte porte chiuse. Per le chiese non ci sono fondi disponibili. A questo va aggiunto che la Regione ha modificato la legge sugli oneri di urbanizzazione che obbligava i Comuni a destinare l’8 per cento dei proventi agli edifici di culto, il “devono” è diventato “possono”. Questa modifica ha fatto sì che la maggioranza dei Comuni ritenga di non poter dare niente». E, conclude don Franceschini, per il terremoto del 2013 in Garfagnana e Lunigiana che ha colpito 200 chiese «sono arrivati, a fronte di circa 30 milioni di danni, soltanto 500 mila euro…».



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